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È stata la mano di Dio

Con il suo nono film Paolo Sorrentino firma un’opera autobiografica in cui si racconta a 17 anni, tra una Napoli incantevole, in trepidante attesa per l’arrivo del dios, la famiglia, in subbuglio costante, e i primi dolori, raccontati però dal punto di vista di un uomo che, forse, non li ha ancora affrontati del tutto.



Il suo cinema non è nato con questa cifra, ma Sorrentino ha introdotto nei suoi film sempre di un più un’eccessiva ammirazione per le sue capacità e la sua figura - più tecnicamente detto narcisismo, un carattere che gli ha permesso di raggiungere la sua fama attuale e che invece non gli ha permesso, in un contesto dove si deve raccontare più approfonditamente, di realizzare un film di alto livello.


Questo carattere narcisista lo porta sia a raccontarsi in modo artificioso che a rimanere su una scia già vista in La Grande Bellezza nel ricreare personaggi macchiettistici, di poco spessore cinematografico, ma esaltandoli e rimarcandoli spesso con sequenze inutili sia ai fini della narrazione che alla piacevolezza dello spettatore.


E sempre così, continua a cercare e godere di un’estetica “iper-italiana”, raccontando la sua città in un modo piuttosto banale e superficiale (prima era Roma, ora Napoli). Salta di qua e di là tra la creazione di una storia estetizzante, ricca, spirituale ed un iperrealismo crudo e nostalgico, senza mai trovare una strada impattante e capace di suscitare qualcosa di rilevante. ‘’Senza conflitto è solo sesso e il sesso non serve a niente’’ Ecco, se volessimo riassumere il tutto con le parole di Capuano, Sorrentino ‘’fa sesso’’ con se stesso per gran parte del film, facendoci ammirare, apprezzare e godere della sua bravura, che comunque rimane sempre molto superficiale: uno specchio decorato e ricco, ma in cui ci si può solo guardare riflessi e non attraverso.


Per raccontare la sua storia, Sorrentino utilizza due ore abbondanti di girato, divise in modo molto netto esattamente a metà del film. A parte i 10 minuti iniziali, che sono gli unici dove vediamo un Sorrentino abile nel trovare una bellezza più particolare e meno superficiale, la prima ora suona molto come un lunghissimo preambolo che semplicemente anticipa il vero clou della storia, girando di fatto per un’ora intorno al nucleo della narrazione con un cinema posticcio e artificioso.


L’unico elemento di vero impatto è una delle pochissime battute di Alfredo, interpretato da Renato Carpentieri: «Fabiè io se Maradona non viene a Napoli, mi uccido». Che sia perché ha imboccato una frase ed un’inquadratura che combaciano bene, che sia per il tempismo comico di Carpentieri, ma questa è stata l’unica linea di dialogo, inquadratura, sequenza, che suona autentica. Insomma nella prima ora Sorrentino non si mette in gioco neanche per un secondo e cerca di fare un film alla Wes Anderson o alla Moretti di piccoli dettagli, di tormentoni, ricorrenze, volte a creare un senso di familiarità tra il creatore e il fruitore, ma senza andarci neanche troppo vicino.



Questo ritmo ondulatorio, tra il cinico (sulle orme de «'A vita è 'na strunzata» de L’uomo in più) e il nostalgico (sulle orme invece de «Cosa avete contro la nostalgia? È l'unico svago che resta a chi è diffidente verso il futuro» de La Grande Bellezza), sballa completamente il tono del film, che allo stesso tempo è intaccato da un ritmo mal calibrato, con scene e atmosfere lente e oziose, in totale contrasto con le scelte di inquadratura che rimbalzano velocemente da una parte all’altra e non danno mai quel secondo in più per andare di pari passo con tutto il resto.


Non nascondo che la lunga scena del pranzo nella villa in campagna sorprende per la pochezza delle scelte, sia di scrittura che di regia. Ciò che divide nettamente questa prima metà e la seconda è la morte dei genitori di Fabietto: con questa svolta inaspettata il film cambia registro e si sente così come Sorrentino inizi ad uscire da questo vortice di estetismo, esercitando un cambiamento radicale sulla fisionomia della sua opera.


La vita nei tanti personaggi carichi di vita si spegne; volti e carnagioni abbronzate diventano facce grigie dalle lunghe occhiaie. Una Napoli ricca, solare e rigogliosa viene lasciata lontana dagli occhi degli spettatori, dando spazio a luoghi chiusi (il carcere, le case, il teatro/cinema), spaesati, nuvolosi (la gita nelle isole di notte, Fabietto che scruta il mare isolato).



Il cambiamento visivo è accompagnato per la prima volta da una nascita, più che un cambiamento, del significato che questo film vuole avere; il sentimento che si cela dietro alla pellicola inizia a prendere una forma e a dirigere le sorti della narrazione. La macchina che sfreccia in corsia, l’ospedale, il parcheggio: si incastrano finalmente tre scene consecutive che hanno il peso che questa storia dovrebbe avere.


Ma ecco che, subito dopo, si perdono completamente il pathos e la tristezza creati, sin già dal funerale: sono scelte, ma quale ragazzino di fronte a delle condoglianze potrebbe rispondere intonando dei versi della Divina Commedia? Non appena si affronta il dolore, ritorna fulminea l’abitudine di muovere e scrivere dei personaggi completamente senza personalità o profondità, ma che, caratterizzati da qualche dettaglio (l’apparecchio di Aldo, la mozzarella della signora Gentile, lo stesso Fabietto che cita Dante un po’ a caso) sembrano divertenti o umani.



Però ecco, come dicevo prima, questa è una cifra del cinema di Moretti o di Anderson: Sorrentino, a tal proposito, non è altrettanto abile. E’ davvero un peccato come, in seguito a questa svolta della storia e del tono, non riesca a mantenere degli standard alti, un po’ per una leggera mancanza nel centrare l’inquadratura giusta ad ogni frame ed un po’ perché di fronte ad un sentimento forte tende a scappare.


E’ proprio nei momenti di dolore massimo che si vede e si sente come sia repentino a rifugiarsi in qualche sequenza inutile e posticcia. Immagina, vede e prova a ricordare quel periodo della sua vita, mettendo tutto su pellicola, sino al momento in cui non arriva il taglio netto della morte. Qua si entra un po’ nel soggettivo, ma pare proprio che più ci si avvicini alla morte di Saverio e Maria, più Sorrentino diventi incerto: sequenze scontate e molto brevi, cambi di colore, cambi di espressioni dei personaggi.


La camera diventa sempre più passiva, sempre meno importante e sempre meno capace di vedere al di là dell’immaginazione. Se già il medico ci proibisce la visita dei corpi, anche Sorrentino ci tiene nascosta la scena della morte: il compito del regista di vedere il non visibile diventa per lui troppo arduo e si limita in una comfort zone.



Invece che ricreare il dolore, e quindi le grandi difficoltà che ha vissuto, fugge in un mondo e in un personaggio di Fabietto più facili. L’immagine di sé da ragazzo ha tutta l’aria di essere stata deviata da una forma di narcisismo sviluppatasi per rispondere a questo dolore. Già da subito infatti si delinea un personaggio di Fabietto bisognoso di amore e d’attenzioni, anche prima della morte dei genitori, e che, un po’ inspiegabilmente, sebbene abbia tutte le caratteristiche che un qualsiasi ragazzo potrebbe bramare (bello, colto, sempre ben vestito, con la moto, intelligente) non ha né amici né una ragazza: sembra rifiutato dal mondo intero, ma nessuno sa esattamente perché.


Questo bisogno non è presentato come una vera e pura necessità, ma, da copione del soggetto narcisista, come quasi un merito che gli spetta, un qualcosa di dovuto che gli viene tolto - ovviamente si parla dell’amore dei suoi genitori. Prendiamo in considerazione la scena in cui l’attrice di teatro viene criticata da Capuano: Fabietto corre subito a cercare Yulia per rassicurarla (?), ma quando si trova dinnanzi la ragazza, abbracciata da quello che possiamo immaginare essere il suo ragazzo, Fabio è quasi offeso, indispettito.



In quel momento, anche se lei era in lacrime, il conforto serviva a lui: una condivisione del suo dolore. E’ interessante notare infatti come sia riuscito, o meglio, non abbia potuto fare a meno di infondere questo trauma irrisolto anche nel personaggio che lo ritrae. Nel senso che, anche di fronte ad un momento dove deve rivivere un’esperienza molto dolorosa per scritturare un personaggio, schiva in gran parte il tormento che avrebbe invece dovuto affrontare per essere in grado di rappresentarlo (efficacemente) nella sua opera.


Quello che mi stupisce ancora di più però, è che questa critica, del non mettersi veramente in gioco, non esce esclusivamente dalle mie parole, ma anche da quelle dei personaggi di Sorrentino, nel dialogo tra Fabietto e Capuano. La voce del regista rimbomba come una vera e propria legge, una voce divina: tu tien’ ‘na speranza.


Al primo ascolto è quasi impossibile pensare che le linee di dialogo di Capuano siano state ideate dalla stessa persona che le ha scritte per tutti gli altri personaggi. Capuano entra nel mondo di Fabietto/Sorrentino per pochi minuti ed è l’unico che riesce a scrutare attraverso questo specchio.



Dal momento in cui escono dal teatro a quando il regista campano si tuffa nel mare della sua città, tutto il dialogo suona come una rassegna finale di Sorrentino; un ultimo testamento, dove apre le ferite, chiude gli occhi e sente il dolore per l’ultima volta. In questo spezzone si hanno gli unici momenti puri e sinceri del film: un Sorrentino senza filtri, arreso.


Il non me li hanno fatti vedere è il fulcro di tutto, l’epicentro; impossibile rimanere indifferenti in quel momento. A seguito di questa resa, Sorrentino sembra quasi troppo stanco per rialzarsi e finire la sua opera; sembra che dopo aver provato questo dolore, non abbia più niente in mano.


L’ultima mezz’ora è un epilogo, è silenziosa: parla poco e non alza lo sguardo; non ha più la forza di nascondersi, ma non ha neanche la forza di concludere provando a risolvere questo dolore. Ora può solo pensare ad altro, magari al cinema.


Le premesse della storia ci sono, la bravura del regista anche, ma quello che suona molto come un trauma non del tutto risolto, lascia allo spettatore solo una nostalgia infinita e poco giustificata. Se si conosce la sua storia e si prova a capire il perché di questo film, credo sia comunque interessante da vedere, ma da un punto di vista antropologico e psicologico. Di cinematografico purtroppo, ho trovato un po’ meno.



@murph.magazine di Federico Morettini

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