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È Stata la Mano di Dio: un Sorrentino da Oscar?



Il Sorrentino meno “Sorrentino” di tutti, eppure il più personale; ecco, così definirei questo film, facendo ben sperare anche coloro che provano sentimenti contrastanti verso il suo genere. “È stata la mano di Dio” si diversifica poiché sposa il tratto autoriale con il film autobiografico, riuscendo a creare un nuovo equilibrio, un nuovo cinema per il regista campano.


In una Napoli degli anni ‘80, le vicende del giovane Fabietto (protagonista ed alter-ego del regista) prendono una valenza fantastica; una città dove la mondanità è degna di essere raffigurata, persino quella della famiglia; una vita fatta di piccole storie, dettagli, suoni (il fischio, il rombo del motorino, il “Tuf Tuf” dei motoscafi), che sono anche gli elementi che più la memoria tende a prediligere.


È proprio grazie a quei particolari che Sorrentino trova il modo di caratterizzare i personaggi, di creare empatia e legame tra noi e loro, prima di ribaltare completamente il tono “da commedia” con quello del dramma nell’episodio chiave del film, quindi della vita stessa del regista. Da quel momento, Napoli prende un sapore diverso; troppi ricordi, troppi piccoli suoni.


La sessualità, in tutto questo, gioca un ruolo fondamentale; si configura come un modo per “diventare grandi” e per avviarsi al mondo, come fosse uno spartiacque tra i bambini e gli adulti, tra l’innocenza e la maturità. Fabietto insegue il desiderio per le vie di Napoli, poi anche a teatro. Non lo troverà, almeno non prima della tragedia che già lo avrà proiettato verso “l’altra parte” della vita.


In tutto questo, aleggia nell’aria l’idea di Maradona e del suo gol in Argentina-Inghilterra nel mondiale ’86; il campione segnò di testa, toccandola però con la sua “mano divina”; il gol fu comunque concesso. Per gli argentini diventò il simbolo di una metaforica rivalsa politica contro gli inglesi: per Fabietto, invece, diventa il simbolo della rivalsa personale, della volontà del “mito”.


È proprio questa volontà, assieme a Maradona stesso, che ha letteralmente salvato il regista; è questo, assieme al maestro Capuano, che lo ha spinto ad avere “qualcosa da raccontare” dopo la tragedia. Così, Sorrentino ringrazia Napoli; omaggia la sua famiglia; omaggia i fallimenti e la solitudine adolescenziale. Omaggia il dramma che lo ha portato ad essere quello che è adesso; tutto per una mano divina.


Ebbene; si tratta di un film da Oscar? Per quanto possa valere la mia opinione, sì, ha delle concrete possibilità, in quanto una Napoli così fuori dal mondo può solo che ammaliare l’America, un po' sugli stessi passi della “grande bellezza” di Roma. Sorrentino, quindi, si fa ancora carico del cinema italiano sulle proprie spalle. Non ci resta che incrociare le dite e segnarci questa data: 8 febbraio 2022.



@riproduzione riservata di Andrea Leandri


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