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Attento a quello che dici!

“Eh ma in Italia non si può dire più niente!”. “Dannato politicamente corretto!” Quante volte avete sentito queste frasi da amici e parenti? Ormai il politically correct sembra essere una nuova piaga che tarpa le ali a creativi e artisti, cinema e televisione sono piegati da questo nuovo regime di censura. Eppure, senza che ve ne siate mai accorti in realtà ancora prima che entrasse in uso comune il termine, ci sono sempre state forme di censura e controllo nell’intrattenimento italiano.



La chiesa e la politica da sempre hanno messo sotto controllo in forme più o meno evidenti ciò che veniva trasmesso: già nel 1913 era stato istituito un organo addetto al controllo preventivo delle produzioni cinematografiche sia nazionale che estera aMinché scongiurasse la diMusione di immagini pornografiche o che glorificassero la delinquenza o «essere scuola di delitto». Chi non rispettava questa linea guida doveva pagare una tassa di 10 centesimi per ogni metro di pellicola.


Il mondo Cattolico tra gli anni ’40 e ’70 è sempre stata un’entità presente e controllante nell’ambito cinematografico. In particolare, con personaggi scomodi (o sconvenienti) come Pasolini la morsa della censura è stata più stringente.


È successo nel ’63, Pasolini insieme a Rossellini, Godard e Gregoretti realizzano RoGoPaG un film composto da 4 episodi, uno per regista. Il terzo episodio intitolato “La ricotta” diretto da Pasolini prendeva ispirazione da un fatto di cronaca: durante le riprese di un film sulla Passione di Cristo una delle comparse muore a causa di un malore. Il film prima ancora di essere ultimato viene messo sotto processo con l’accusa di inadempienza contrattuale e già in questo frangente ha dovuto difendere l’opera sul piano dei contenuti religiosi.


Momenti dal set de "La Ricotta" 1963 Pier Paolo Pasolini


Successivamente, come da prassi, prima di poter essere distribuito è stato passato al vaglio e inizialmente, seppur con alcuni tagli, ottiene il nullaosta per la distribuzione con il divieto per i minori di 18 anni. Successivamente però ne è stato chiesto il ritiro e Pasolini è stato accusato di vilipendio alla religione, perché «l’atmosfera religiosa creata viene distrutta con una irrisione tanto grave quanto immotivata.


Al quadro vivente della deposizione del Rosso Fiorentino viene accoppiato come commento musicale un “twist” e poi un “cha-cha-cha” e il serafico volto del Cristo, serenamente composto nell’immagine della morte, proprio nel momento di più profonda e mesta religiosità della scena, si contrae in un riso sguaiato».


Pasolini per questo è stato condannato a 4 mesi di reclusione. Per passare al presente, anche in fase di doppiaggio in molti cartoni e serie tv trasmesse da Disney Channel sono completamente bandite tante parole che usiamo normalmente nel quotidiano. Cin-cin è un’istigazione all’alcolismo.


Frame iconico da "Alice nel Paese delle Meraviglie"


Nel caso in cui si parlasse di eroi al femminile, non è consentito utilizzare il termine “eroina”, perché potrebbe essere fraintese con la sostanza stupefacente. Solo grazie a Frozen la parola “chiappette” è stata sdoganata. Un piccolo passo avanti. Notizia di qualche settimana fa è l’inserimento di un nuovo comma in una norma nella riforma del testo unico dei servizi di media audiovisivi, nella quale sarà vietato profanare i simboli religiosi nei servizi dei telegiornali, radio, film, serie tv e piattaforme di streaming, come crocifissi, presepi o per esempio anche il Tempio di Venere.


Ma questo cosa può significare per il cinema, in particolare il genere horror che spesso riporta simboli religiosi? Non si potranno più realizzare e/o distribuire film come L’esorcista dove crocifisso e altri simboli religiosi vengono “profanati”?


Altro punto riportato in questo comma è il divieto di nascondere o cancellare in post produzione simboli e scritte presenti sui monumenti dedicati al fascismo, poiché l’atto sarebbe un tentativo di cancellare la memoria storica. Ciò non va a minare la volontà e libertà di espressione dell’opera, che non condividendo determinati ideali, è costretta a mostrare simboli nella propria opera?


Il vero problema, alla luce di ciò, forse non è il non poter usare liberamente parole che non hanno altro valore se non quello oMensivo di minoranze. Ma ci preoccupiamo solo di quello che vediamo in superficie e non dirigiamo lo sguardo su ciò che davvero tarpa l’arte e la libertà di espressione. Impariamo a distinguere tra libertà di offendere e libertà di espressione.



@murph.magazine di Livia Rivolta

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