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Babysitter: come inquadrarlo?

Babysitter vuole essere diverso, sfacciato.Facciamo però una piccola introduzione; la regista canadese Monia Chokri ha ben chiaro il punto dove vuole arrivare e il come farlo. Il film è del 2022 ed è stato in concorso a vari festival tra cui il Sundance e il Tribeca, questo gli ha permesso di farsi strada incuriosendo il pubblico festivaliero: sempre interessato da opere di rottura, o presunte tali.


Babysitter è l’adattamento cinematografico di una piece teatrale. La storia si sviluppa in seguito a un'azione del protagonista: ovvero importunare una giornalista in diretta tv. Questo lo porterà vicino alla perdita del lavoro, a una “fama” originata dai social, al senso di colpa e all’avvicinamento col fratello che scrive su di lui un articolo (molto critico) su un giornale locale.


Si aggiunge anche il rapporto difficile che il protagonista ha con la moglie che si occupa della figlia piccola, che nel corso del film acquisisce una centralità narrativa sempre più importante.

Allora perché il titolo è Babysitter? La domanda nasce spontanea dopo questa piccola sintesi.


Per necessità viene assunta una giovane babysitter (interpretata da Nadia Tereszkiewicz). Quest'ultima, al pari di tutti i personaggi, sembra un po’ eccentrica e stralunata ma a differenziarla realmente c’è un aspetto chiave: il senso di libertà.


È infatti una ragazza disinteressata alle opinioni altrui e vive con serenità la propria vita. Questo aspetta sembra essere una calamita per tutti gli altri personaggi della storia che le si avvicinano affascinati e incuriositi. È dal contatto con lei che si hanno i cambiamenti sostanziali e le evoluzioni comportamentali maggiori.


L’opera della Chokri, come detto in precedenza, vuole essere esuberante e sfacciata in ogni suo aspetto. La regia è dinamica, cambia “stile” nell’arco di 15 minuti. E, va detto, riesce spesso a mantenere una coerenza e un’omogeneità. Ad aiutarla c’è un uso consapevole della fotografia da parte dell’esperta Desée Deshaies.


È innegabile tuttavia che questo sfoggio estetico e stilistico un po’ “mangi” il piano narrativo. Tra sequenze che sembrano un videoclip musicale e recitazione volutamente allucinata degli attori, si viene destabilizzati continuamente. Basti pensare alla grande differenza tra la frenetica sequenza iniziale dell’incontro di boxe e le continue riprese con lenti zoom che si chiudono con degli Iris.


È un problema?Potrebbe, per chi non è abituato alle sperimentazioni linguistiche nei film, ma anche per chi semplicemente cerca una narrazione più “tradizionale”. L'opera in questione però fa di questa ricercatezza stilistica il suo punto cardine, il suo modo per raccontare del sessismo e del maschilismo e di come questi vengano vissuti spesso in modo inconsapevole.


Babysitter viene accomunato al cinema di un altro regista canadese, il più noto: Xavier Dolan. Un certo gusto estetico, soprattutto nell’uso dei colori, può infatti accomunarli.


Tra i vari toni del film quello che spicca di più è la commedia grottesca in cui si può anche notare l’influenza di un regista come Lanthimos, vista anche l’impostazione attoriale che sottolinea l’alienazione dei personaggi all’interno del loro microcosmo, messa bene in scena dalla sequenza in macchina di Nadine che rimanda ai giri notturni e solitari di Travis Bickle in Taxi Driver.

Insomma la Chokri mischia molti elementi, toni, stili e il risultato è un film che ha una forza sua, che incuriosisce e stupisce ma forse senza un’identità così definita da renderlo “riuscito” al 100%.



murph.magazine di Gabriele Viale

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