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Bones and All: un film per confondersi

The sound of an approaching car [...] ELIO(in French to Marzia) ‘’L'usurpateur.’’


Ci tiene, Luca Guadagnino, ad iniziare così la sua quinta e più famosa pellicola, Call Me by Your Name. Dico ci tiene poiché, leggendo l’omonimo libro, è palese come Aciman (l’autore) scriva un’introduzione molto diversa rispetto a quella del regista, il quale cambia di proposito il tono, alzando la temperatura con scene cariche di estate adolescenziale e mostrandoci subito il sorriso sornione di Elio.


Ciò che però è più importante del sorrisino di Elio e del paesaggio lombardo estivo, è a chi si riferisce il protagonista con quella parola: l’usurpatore. Sta ovviamente parlando di Oliver, personaggio di cui, per chi ha visto il film, non credo vada spiegata l’importanza.


Ma dunque, perché Guadagnino tiene così tanto a questa prima battuta? Nelle sue opere, il regista palermitano, inizia a puntare la cinepresa sui personaggi nell’istante in cui il Fato prende quella decisione; quella decisione che permette alla storia di esistere, che permette la crescita, il dolore, l’amore. In Call Me by Your Name l’arrivo di Oliver; in A Bigger Splash l’arrivo di Harry e Penelope; in Bones and All l’invito dell’amica di Maren a casa sua e via così.



Di fronte a questi avvenimenti, Guadagnino non ci allarma; ci dice solo sottovoce (con una breve battuta; ‘’l’usurpateur’’), in un biglietto passato sotto al banco, che però quella sequenza è l’inizio di tutto. Viene dunque utilizzato un evento scatenante che dà il via alla narrazione, la quale poi torna a ragionare su questo avvenimento fatale nell’ultimo atto, introiettando le emozioni che ha portato sullo schermo nel corso della proiezione.


Negli ultimi attimi del film, la camera prende un grande respiro e fa una valutazione oggettiva, da lontano, delle svolte e degli imprevisti che la storia ha preso e che l’hanno portata a questo finale. E’ esplicativa la lunga sequenza conclusiva in Bones and All, dove la macchina è visibilmente molto a suo agio nelle mani del regista mentre perlustra gli interni della casa prima, immersa nel sangue, e dopo, lucida e splendente: uno sguardo indietro ed un lungo respiro.


Guadagnino si replica in questa struttura narrativa molte volte, ripetendo questi tre passaggi: l’evento scatenante, un lungo processo di eventi inaspettati, caotici e dalle forte emozioni ed un finale che si chiude ragionando sulla storia che lui stesso sta andando a concludere.



Ora, venendo all’osso (direi che il gioco di parole è lampante), in questa sintesi della sceneggiatura tipica (molto semplificata, ma utile ai fini di questa analisi) risiedono gli alti e i bassi del cinema di Guadagnino. Bones and All, utilizzando sempre lo stesso processo narrativo, funziona a tratti, lunghi e brevi, ma solamente a tratti.


Lo schema c’è: di punto in bianco Maren mozza il dito all’amica; serie piuttosto lunga di eventi, spostamenti, tensioni, ecc.; ed un consueto finale dalle grandi emozioni, ma manca di tutto ciò che il cinema conosce per riempire questa struttura archetipica.


C’è una grande volontà (e si sente) del regista di uscire dal film romantico e struggente che abbiamo già visto molte volte nella sua produzione, addentrandosi in temi più personali, studiando i personaggi da un punto di vista più psicologico e meno emotivo/sentimentale, rivisitando tutti i caratteri tipici del suo cinema, ma in una storia diversa, complicata.



Il risultato è piuttosto lontano da quello che questo film vorrebbe essere. Dal primo fotogramma all’ultimo, il film diventa un misto fra un coming-of-age, un on the road, un horror destrutturato (carattere assodato del regista dopo Suspiria), un racconto onirico-spirituale, un film d’amore; tutte cose che, ovviamente, possono coesistere, ma che il regista non riesce bene ad armonizzare, lasciandole di fatto divise fra loro, una dopo l’altra.


La classica scuola americana, la ragazza che deve affrontare questo percorso per andare dalla madre, imparare a vivere da sola durante il viaggio, vivono nello spettro del coming-of-age; fra tutte, la scena al lago (con un sorprendente Michael Stuhlbarg) o il macabro personaggio di Sully ci rabbrividiscono senza colpi di scena o trovate da classico film horror; di nuovo il personaggio di Sully, soprattutto nella prima scena in cui compare, rientra in un piano di scrittura ovviamente più simbolico e non sensibile.


Il fatto che ritengo particolare di questo film è che tutte le parti di questo grande progetto a tante teste, funzionano, ma viste in sequenza una dopo l’altra creano un risultato che non è né del tutto brillante nei momenti in cui vuole esserlo e né del tutto romantico o teso nei momenti in cui deve esserlo.



E’ doveroso sottolineare che le sequenze thriller sono girate abilmente - le macabre scene di antropofagia o i dialoghi con Sully/Jake sono ciò che si può classificare come più rilevante di questa pellicola - ma così come le dolci e classiche scene di Guadagnino di un amore alto, spirituale, immerso nella natura, che raggiunge delle vette oniriche e pittoresche, come i tramonti sopra il Minnesota.


Vi è una sorta di consapevolezza nel regista di ciò che gli viene bene, ma come una mancanza nella visione intera del suo progetto. Dunque il risultato di questo insieme non è purtroppo sempre piacevole ed intrigante: alcuni passaggi tra una scena e l'altra creano un abissale cambiamento di tono registico e, soprattutto, il messaggio che Guadagnino vuole esprimere con questa storia, risulta a tratti scontato e non sufficientemente supportato nello sviluppo della narrazione.


Il simbolismo dell’amore carnale come antropofagismo, dell’amore simbiotico che porta a cibarsi dell’altro, non si capisce bene dove venga aperto e dove (e se) venga chiuso. L’idea assoluta che il regista, e ancora prima la scrittrice Camille DeAngelis, ci vuole comunicare è interessante, innovativa, come appunto parlare dell’amore adolescenziale e del sentimento di solitudine giovanile, usando il deterrente dell’antropofagismo; in questa pellicola però, non ha l’impatto che una storia del genere dovrebbe avere.



Il film fa confondere e si confonde con le sue tante e buone idee, senza rilegare un prodotto finale che superi il buono. Però, a parte tutto, c’è pur sempre Chalamet, e lo si guarda con piacere.


@murph.magazine di Federico Morettini

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