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C'è un po' di Fellini in quel Sorrentino

Aggiornamento: 15 mar 2022


«Non ti disunire». È questo il monito che Paolo Sorrentino rammenta a se stesso attraverso il suo ultimo acclamato film È stata la mano di Dio. Un invito a non perdersi, a non dimenticare ma ricordare. «Non ti disunire» è lo sprono a trovare una propria identità, un proprio linguaggio. Un approccio che però il regista napoletano non ha sempre perseguito, soprattutto nella seconda metà della sua filmografia, in concomitanza con la scomoda nomea affibbiatagli di “nuovo Fellini”.


“Il Faro”, così era soprannominato Fellini, è senza ombra di dubbio il regista italiano più importante della storia del cinema. Un mentore e maestro per tutti i successivi cineasti, incluso Sorrentino che pur essendo stato influenzato da altri registi come Antonioni, Truffaut, Leone e Troisi, ne ribadisce costantemente l’importanza lungo la sua filmografia. Esemplare un passaggio in E’ stata la mano di Dio nel quale Sorrentino cerca di nascondere la presenza di Fellini con un fuori campo, dimostrando quanto sia una figura ingombrante, onnipresente e volutamente ricercata.

È proprio in questa sorta di costante derivazione che rischia di scricchiolare la suggestiva ma artificiosa estetica del regista napoletano, apprezzata o disprezzata dal pubblico senza mezze misure pur riconoscendone i meriti. Una mancanza di spontaneità persa nella ricercatezza formale, inseguendo una maschera che purtroppo è proprio quel che la contemporaneità ricerca. Un senso di vuoto che a dire il vero Sorrentino sembra comprendere e realizzare proprio omaggiando l’illustre predecessore.


È evidente come La grande Bellezza sia una commistione quasi presuntuosa degli intoccabili Dolce Vita ed 8 ½ del maestro Fellini. La perdizione e vacuità della mondanità romana è raccontata dallo sguardo e dalle parole di un giornalista e scrittore in crisi creativa, Jep Gambardella (Toni Servillo), una fusione tra i celebri Marcello Rubini e Guido Anselmi interpretati dal grande Mastroianni. Un viaggio onirico-spirituale di felliniana memoria che purtroppo si perde in ridondante voyeurismo.

Altrettanto evidente è come È stata la mano di Dio sia l’ Amarcord di Sorrentino, essendo il suo film più personale e nostalgico che, pur confermando la tendenza derivativa, lascia uno spiraglio per la rinascita dell’autore. Ad avvalorare questa lettura sono le agrodolci note autobiografiche con cui Sorrentino comunica al proprio Io sfruttando l’alter-ego di Fabietto Schisa, come a suo tempo Titta Biondi era Fellini, tra ricordi intimi viscerali e pulsioni sessuali.



Napoli per Fabietto è casa, è prigione ma anche speranza, una fonte di racconti abitata da maschere grottesche, esattamente come lo era Rimini per Titta. Un ritorno alle origini di entrambi i registi che porta al desiderio di evadere e mettersi in gioco come ne I Vitelloni. Fabietto giunge a un irreversibile punto di rottura quando incontra l’apprezzato regista Antonio Capuano, stimato collega di Sorrentino nella realtà. Una scena che richiama e cita un altro incontro, quello tra l’artista Leopoldo ed il capocomico Sergio Natali. La differenza sta nel proiettare la creatività del giovane verso la propria terra in Sorrentino, verso la grande città in Fellini.



Una storia di formazione che si chiude però con l’emblematica scena del treno, direzione Roma. Sì, quella Roma che per Sorrentino è Grande Bellezza e per Fellini il centro di quella dispersiva e forse inesistente Dolce Vita. Un treno che pure il sognatore Moraldo ne I Vitelloni prendeva, ricolmo di quella speranza per il futuro lasciando il passato e la giovinezza dietro di sé.


Ecco quindi che torniamo a quel «Non ti disunire» dell’incipit e all’importanza di avere qualcosa “‘a ricere”. Sorrentino torna a questa epifania con il suo ultimo film, facendo autocritica, ammettendo che la sfarzosa ostentazione di sé non è necessaria davanti alla ricchezza dei ricordi. Finalmente, lungo il corso della pellicola, c’è una trasformazione da mero citazionismo e compiacimento a lettera d’amore per il mito Fellini, per quello che rappresenta, ovvero il cinema italiano stesso.


@riproduzione riservata di Andrea Diamante


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