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Call me by your name:quando il film è meglio del libro

I cani sono meglio delle persone, non è tanto il caldo quanto l’umidità, Venezia è bella ma non ci vivrei, il libro è sempre meglio del film. I luoghi comuni ci circondano e riempiono gli spazi vuoti delle nostre conversazioni: diamo per scontato che certi assiomi non possano essere cambiati o messi in discussione.



E quindi sì, sosteniamo che “il libro è sempre meglio del film”, un po’ perché tutti lo dicono, un po’ perché non si vuole infrangere l'intoccabilità secolare delle pagine. Ma è davvero così? E soprattutto, serve davvero stabilire una gerarchia tra due mezzi artistici che racchiudono diverse forme di espressività?


Ad ogni successo cinematografico siamo bombardati da caroselli di articoli che giocano ad un “trova le differenze” tra film e libro. Perché però continuiamo a vederli come prodotti a sé stanti e non come trasposizioni complementari di una stessa storia?


Chiamami col tuo nome è stato uno dei miei film preferiti del 2017. La pellicola di Guadagnino era diventata un vero e proprio caso mediatico: da amante della lettura, mi sono subito precipitata sull’omonimo romanzo da cui è tratta. Scritto da André Aciman nel 2007, a differenza del film ha deluso le mie aspettative, non lasciandomi la stessa sensazione di delicata leggerezza della visione.



Abbiamo sempre un po’ timore nel mettere in discussione la sacralità dei libri, ma a volte sono proprio i film a creare immaginari e narrazioni che restituiscono percezioni che la carta stampata non lascia trasparire. Il lirismo di Guadagnino e la dimensione onirica e sognante di Chiamami col tuo nome sono un esempio su tutti.


A partire dall’ambientazione - non la riviera ligure di Aciman - ma la placida campagna cremasca tutto è cristallizzato e sospeso nel tempo. Minuziosamente, il regista ha cercato cimeli d’epoca, documenti, manifesti e riviste che contraddistinguono peculiarmente uno spazio e un tempo, quel famoso «da qualche parte nel Nord Italia» nell'estate dell’83: dai tagliandi delle assicurazioni alle matite, dalle affissioni elettorali a ritratti posticci del duce appesi nelle case delle anziane del paese.



La politicizzazione del film è uno degli altri elementi che Guadagnino riesce a strappare dalla narrazione piatta e - forse - anche un po’ acritica del romanzo. La famiglia di Elio è chiaramente alto-borghese, capitale culturale e capitale economico si intrecciano: nella loro maestosa villa accolgono artisti, studiosi e dottorandi come Oliver.


Ma il loro apparente disinteresse nei confronti della vita politica italiana è inframezzato dalla campagna elettorale che porterà Bettino Craxi a diventare presidente del Consiglio. Volantini del PSI e del MSI, discorsi in dialetto delle domestiche di casa Perlman, accese discussioni a tavola tra chi sostiene il compromesso storico e chi non vuole rassegnarsi ad una politica ortodossa. I personaggi del film vivono e abitano nel tempo e nello spazio; quelli del libro ci si appoggiano e basta, non li scalfiscono con la loro presenza.



Anche l’intimità di Elio su carta alle volte risulta eccessivamente verbosa, altre è estremamente spinta ed esplicita, creando un contrasto stridente. Timothée Chalamet con estrema delicatezza mette in scena l’imbarazzo, la confusione e la fisicità dei primi amori adolescenziali e lo fa senza eccedenze, in maniera alle volte implicita, alle volte più espressiva.


Laddove il libro si lascia andare a parentesi più erotiche e fisiche che a volte sfociano in un senso di disagio del lettore, il film esprime la sensualità con raffinata sapienza e dolcezza.

Il finale conclude perfettamente un intermezzo durato un’estate: un breve periodo in cui il dolore della perdita del primo amore sembra insormontabile. Come afferma il padre di Elio nel bellissimo monologo presente in entrambi i media: «Tu adesso senti tristezza, dolore. Non ucciderli, al pari della gioia che hai provato».



La conclusione dolceamara - la crescita del ragazzo, che fa uscire tutta la sua sofferenza per poter andare avanti con la sua vita - si perde in un libro che segue i classici stilemi del romanzo d’amore: ritrovarsi a distanza di anni e sembrare quasi destinati ad una vita insieme.


Un momento sospeso nel tempo, quindi. Un sospiro e un inciso: Guadagnino ha saputo tradurre una storia donando la sua personale impronta, creando cartoline estive dalla sognante colonna sonora, rivitalizzando una buona base di partenza che aveva solo bisogno di quel quid in più.



@murph.magazine di Carola Crippa

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