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Chi sono le Povere Creature!

La Bella Baxter di Yorgos Lanthimos è una principessa Disney e no, non è un’iperbole. L’eroina interpretata da Emma Stone è protagonista di un vero e proprio romanzo di formazione dai contorni fiabeschi: il suo percorso rappresenta a tutti gli effetti il viaggio dell’eroe, qui declinato in versione femminile.


È la controparte gotica di Barbie, una sorta di Frankenstein femminista che attraverso le sue avventure affronta e supera gli ostacoli del vero nemico della storia: il patriarcato, incarnato dalla pateticità maschile in contrapposizione alla genialità della protagonista.


Proviamo simpatia ed empatia per una creatura che ci appare innocente, la cui vita è stata controllata e stabilita sin dalla sua origine: Bella ci sembra goffa, innocente, ingenua. Ma non solo, il suo personaggio contrasta bene con quello della madre non-madre Victoria, la cui lussuria sembra venire punita narrativamente con il suicidio.



Bella non solo scopre il sesso, ma anche la cultura: in qualche modo Lanthimos ci suggerisce che l’autodeterminazione delle donne passa sia attraverso la scoperta del piacere (ma anche del sesso mediocre) che tramite la loro formazione intellettuale.


Il viaggio dell’eroina narrato da Lanthimos si inscrive perfettamente all’interno di una narrazione connotata dalla nozione di resilienza, concetto elaborato da Angela McRobbie nei suoi studi sul post-femminismo. Definita come una strategia terapeutica del neoliberalismo, la resilienza è indirizzata alle giovani donne ed è volta al recupero di alcuni aspetti del femminismo, edulcorati e spogliati delle loro istanze rivoluzionarie.


Bella scopre il patriarcato, ne affronta le conseguenze e le supera in un happily ever after dai tratti gotico-surrealisti. La lotta femminista è proiettata su se stessa e su chi la circonda: la sua parabola si articola in un discorso neoliberale in cui si annulla la necessità di far parte di un movimento collettivo e in cui ci si riferisce unicamente all’individualismo e al sé.


Di fatto, Bella si scorda delle povere creature per cui ha empatizzato ad Alessandria e per le donne nel bordello di Parigi: nella grande casa ereditata da Baxter accoglie la prostituta che l'ha iniziata al socialismo, ma il metaforico muro insito nella borghesia la separa dal proletariato, con cui non entra in più in contatto.


Una volta che Bella si riconosce sia come soggetto sessualizzato che come partecipante attivo del sistema capitalista, l’indeterminatezza della sua girlhood è sostituita dalla sua essenza di donna formata e completa. Ed è proprio per questo motivo che l’arco narrativo si conclude: non c’è più nulla da raccontare.


La domanda sorge quindi spontanea: Povere Creature!  è un film femminista? In un’ottica di femminismo liberale sì, forse lo è. Ma la pellicola è filtrata da uno sguardo maschile che indugia sulla donna: tutti (regista e spettatori compresi) vogliono un pezzo di Bella, tutti sono affascinati da una creatura tanto magnetica quanto imperscrutabile, soprattutto in virtù del suo modo di fare naif.


C’è però un vero e proprio stravolgimento: Lanthimos racconta solo parte della storia. Povere Creature! è anche un libro, pubblicato da nel 1992 e tradotto in Italia dalla casa editrice Safarà.


Il romanzo appare più che mai frammentato: la cornice narrativa è quella del recupero del manoscritto, che l’autore attribuisce ad Archibald McCandelss (nel film Max McCandless, interpretato da Ramy Youssef).


L’uomo narra le strane vicende della moglie Bella, pressoché ricalcando l’intera trama della pellicola. Coerentemente con la poetica dell’incertezza tipica dell’opera omnia di Gray, a seguito della fine del manoscritto è allegata una lettera di Victoria McCandless, che in un ribaltamento di prospettiva rivela che tutto ciò che è stato scritto dal marito è falso.


Alasdair Gray l'autore del libro


Victoria/Bella non è mai stata oggetto di esperimenti da parte di Godwin Baxter, ma è vittima della violenza patriarcale del padre e del primo marito. Posta sotto la custodia del medico, la donna diventa indipendente e scopre il mondo, si emancipa tramite lo studio e il sesso e diventa una brillante ginecologa tesa all’aiuto delle donne provenienti dai ceti popolari.


Perché Archibald si inventa una storia simile sulla moglie? McCandless è definito da Victoria (che si riappropria del proprio nome) come un inetto, un uomo non particolarmente sveglio o intelligente. L’infantilizzazione della donna è il tentativo dell’uomo di spingerla e di costringerla entro il concetto di mostruoso femminile teorizzato da Jude Ellison Sady Doyle.


Quando le donne si ribellano al dominio maschile, il patriarcato le trasforma in creature mostruose: quella del mostro (corpo di donna, mente da bambina) è un’entità che dovrebbe essere sottomessa, ma che diventa una minaccia smisurata quando sfugge dal controllo maschile.


Da qui la minimizzazione e il tentativo di fare rientrare nei ranghi dell’eccezione il talento e l’intelligenza di Bella. La Bella Baxter di Gray è una brillante femminista socialista che cerca di riappropriarsi della propria narrazione e di rivendicare la sua storia sminuita e deturpata dalla mediocrità e dall’insicurezza degli uomini che l’hanno circondata.


Ma non solo, nel suo percorso di formazione Bella incontra le brutture del mondo sposando e interiorizzando la dottrina socialista. La mano di Disney (che, come Searchlight, è tra i produttori del film), dunque, c’è e si vede.


Tra le scelte che più dimostrano l’influenza del colosso dell’intrattenimento, l'ambientazione: una Londra dalle tinte espressioniste al posto della polverosa Glasgow di Gray. Viene meno una narrazione posta ai margini dell’Impero britannico in cui la solidarietà comune con l’oppresso è centrale: la protagonista è fortemente antimperialista proprio perché ha interiorizzato una dimensione di periferia in contrapposizione al centro imperiale.



E nella riappropriazione delle narrazioni delle periferie Disney è maestra, proprio in virtù della necessità neoliberale di assorbire le istanze culturali pluraliste e di depotenziarle attraverso un universalismo tendenzioso.


La conclusione non è così netta come ci immagineremmo: con un apparato di note critiche e storiche Gray corregge entrambe le versioni, fallaci e parziali. Qual è la verità? Ne esiste solo una pura e semplice?


Il lettore è lasciato solo nella sua incertezza, in un romanzo a scatole cinesi ultra-stratificato la cui struttura è stravolta di continuo. E se Bella attraverso gli occhi di Lanthimos (e le parole di McCandless - nel film volutamente ridimensionato e reso innocuo) è una creatura mostruosa e legata al male gaze, la Victoria/Bella di Gray è un patchwork frankensteiniano, una proiezione dell’ideologia dell’autore, la costruzione di un femminile socialmente consapevole, ma filtrato attraverso lo sguardo maschile.



La protagonista sembra quasi volerci rivelare l’impossibilità che una penna e una macchina da presa maschili hanno nel realizzare un’opera femminista, proprio perché influenzate dalla pateticità del patriarcato.


Le povere creature, in realtà, sono Arthur McCandless, Godwin Baxter e Duncan Wedderburn, ma anche e soprattutto Yorgos Lanthimos e Alasdair Gray: uomini che cercano di afferrare l’essenza del femminile senza mai raggiungerla, in un costante tentativo mai riuscito di appropriarsene e renderla propria e malleabile.



@murph.magazine di Federico Morettini

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