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Dune - Parte due: politica e religione, due facce della stessa medaglia.

Dopo diversi mesi di ritardo e incertezza sulla sua uscita dovuti al paralizzante sciopero di Hollywood, è finalmente arrivato nelle sale Dune Parte Due, l’attesissimo seguito al capolavoro sci-fi di Denis Villeneuve tratto dal romanzo di Frank Herbert.



E che dire, di certo non ha deluso le aspettative, che pure non erano poche. Infatti, dopo aver gettato le basi narrative e del worldbuilding nella Parte Uno, Villeneuve aveva promesso un sequel che fosse spettacolare, e lo aveva promesso sia ai super fan, che attendevano con ansia che l’epopea di Paul Atreides entrasse nel vivo, sia a coloro che invece erano rimasti un po’ scettici, apprezzando magari la fotografia o lo stile narrativo a metà fra Star Wars e il Signore degli Anelli ma criticando il ritmo troppo lento (“ma non succede niente!” , “è una pubblicità di profumi con Zendaya nel deserto”).


Ora, finalmente, possiamo dirlo: ogni promessa è stata mantenuta e non sarebbe prematuro dire che si prepara a entrare in quella cerchia ristretta di film che davvero rendono onore al genere fantascientifico come inteso dalla letteratura novecentesca, superando il concetto hollywoodiano di blockbuster tutto azione e poca sostanza, per tornare a parlare di qualcosa. Ma vediamo perché.


Tenendo fede al fatto che si tratta di due metà dello stesso libro, la narrazione riprende dal punto esatto in cui il primo film ci aveva lasciati, con Paul e sua madre Jessica che, unici sopravvissuti di Casa Atreides, si sono uniti ai Fremen per sfuggire alle truppe del tracotante Barone Harkonnen, che nel frattempo sta cercando di riappropriarsi del pianeta e della sua risorsa principale, la spezia.



Paul desidera vendetta contro chi ha sterminato la sua famiglia e cerca pertanto di convincere i Fremen a ribellarsi contro Casa Harkonnen e l’Impero. Ma per essere ascoltato deve riuscire a convincerli di essere uno di loro, imparando la loro cultura e usanze con l’aiuto di Chani e di Stilgar, capo di un clan Fremen convinto che Paul sia il Lisan al Gaib, il Messia che, come predetto da un’antica profezia Fremen, libererà i Fremen dal giogo dei loro colonizzatori e trasformerà Arrakis in un paradiso terrestre.


Ma, come era ben chiaro già nel primo film, la politica e la religione sono due facce della stessa medaglia, e ce lo dimostra il Bene Gesserit, la sorellanza socio-religiosa che per millenni ha segretamente tirato le fila dell’Impero, mostrando come il confine fra fede e manipolazione sia molto spesso sottile.


Questo lo sa bene Lady Jessica, la quale si convince che l’unico modo per salvare la sua famiglia sia quella di far diventare Paul il Messia a tutti gli effetti, impegnandosi in un’azione di conversione religiosa cosicché anche i Fremen più restii possano abbracciare il suo culto. Li convince a credere a dei “segni” profetici, che in realtà altro non sono se non il risultato del lavoro di eugenetica del Bene Gesserit, il quale incrocia linee genetiche con l’intento di creare un superuomo che possa portare la specie umana ad una forma superiore.



A Jessica si contrappone però Chani, la quale riesce a riscattarsi dal ruolo marginale che aveva avuto nel primo film. Vera voce di Arrakis e incarnazione del deserto, ella è l’unica che riesce a vedere oltre la propaganda Bene Gesserit, convinta del fatto che se i Fremen vogliono ottenere davvero la loro libertà, non è un salvatore straniero che devono seguire.


Quindi, pur accettando Paul come uno di loro e legandosi sentimentalmente a lui, rifiuta di seguirlo in quanto profeta, scegliendo di combattere invece in nome del suo popolo e del suo pianeta. Ma, scontrandosi col pensiero della maggioranza, è destinata a rimanere, in maniera abbastanza letterale, una vox clamantis in deserto, una voce che grida inascoltata, messa a tacere dalla cecità della maggioranza.


Entrambe le donne, interpretate rispettivamente da Rebecca Ferguson e Zendaya, brillano come era già avvenuto nella prima parte, rubando la scena perfino al Paul di Timothee Chalamet e ponendosi, nella loro opposizione e complementarità di forze, come il vero cuore della narrazione. Pur interagendo poco infatti, rappresentano i due estremi fra i quali l’azione di Paul si muove, al punto tale che egli raramente non divide la scena con una delle due. E porta in sé anche i semi della rovina, anticipata dalle visioni catastrofiche che Paul continua ad avere e che sempre più ferocemente gli predicono carestie e morte in suo nome, facendoci capire che qui siamo ben lontani dalla semplice storia di un “eroe”.



Se ciò ancora non basta, esteticamente e cinematograficamente parlando Dune Parte Due è in tutto e per tutto un capolavoro. La colonna sonora di Hans Zimmer è ipnotica e totalizzante come lo era già stata nel primo film, ma il vero apice lo raggiunge la fotografia di Greig Fraser. È innegabile che già nel primo film si trattasse di uno dei maggiori punti di forza, con i colori caldi e vibranti di Arrakis in contrasto con quelli freddi e rigidi degli altri pianeti che ti facevano sentire quasi dentro la scena, per cui sembrava quasi difficile poter fare di meglio.


E invece. La scena del combattimento di Feyd-Rautha nell’arena o in generale la rappresentazione di Geidi Prime, sede della Casa Harkonnen, con il freddo bianco e nero che si oppone al colore caldo di Arrakis, mette in risalto il sadismo e la psicopatia del Feyd-Rautha di Austin Butler in un modo che risulta al tempo stesso spaventoso e asettico. Con l’aggiunta dei costumi come mezzo per sottolineare differenze culturali fra i vari pianeti e le ambientazioni che tolgono il fiato, il tutto diventa bello da guardare quasi come un quadro, andando perfino al di là della trama, oltre ad aggiungervi strati su strati di significato se si decidesse di analizzare il tutto simbolicamente.


Qualche esempio su tutti: le costruzioni su Salusa Secundus, pianeta della corte dell’Imperatore, quindi in teoria il centro del potere più alto, sono invece, in termini di dimensioni ed elaboratezza, di gran lunga inferiori a tutte le altre. O come siano costruzioni aperte sull’esterno nonostante sia l’unico pianeta su cui noi vediamo la pioggia.


Degno di menzione, infine, anche l’impegno nell’utilizzo della lingua Fremen. Sarebbe stato facile infatti sacrificarla in favore del più facile inglese, immaginando magari che la stiamo “capendo” perché il nostro protagonista l’ha imparata come avviene in molti casi. Invece, viene trattata con cura, senza disturbare ma aggiungendo naturalezza, al punto che verrebbe da considerarla la ciliegina su una torta mastodontica.



Quindi, per quanto il film finisca con la storia del giovane messia ancora ben lontana dal chiudersi, già solo questo (mica poco, direte voi) riesce a rendere giustizia alla serie di Frank Herbert e ad un genere che, a dispetto di quanto Hollywood ha portato a credere dopo decenni di blockbuster privi di contenuto effettivo, ha sempre avuto un legame forte e vivo con l’attualità, usando la distopia e l’ambientazione nel futuro per parlare di politica e società, cultura, scienza e religione, sfidando tabù e censure. E forse, in un contesto come quello attuale, ci farebbe bene trarne qualche lezione.



@murph.magazine di Martina Marrone

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