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E dopo il capolavoro?

Premessa doverosa. A definire l'essere o non essere capolavoro di un film è solo il tempo. Non è detto che un grande successo commerciale ma sopratutto di critica diventi negli anni un prodotto seminale che porta innovazione e cambiamento. Men che meno i premi sono in grado di decretare questo titolo.


D'altro canto i riconoscimenti sono spesso in grado di intercettare il gusto generale, elevando un particolare titolo. E nella stagione dei premi appena passata, quella che ha finalmente consacrato Christopher Nolan, c'è un secondo film oltre a Oppenheimer che è stato accompagnato durante il suo cammino dallo scomodo blasone di capolavoro: Povere Creature! , o Poor Things, di Yorgos Lanthimos.


Il regista greco dopo un filotto di opere ad alto livello ha realizzato quella che per molti è la sua opera migliore, confezionata ineccepibilmente a livello tecnico e arricchita dalla grande prova attoriale di Emma Stone, oltre ad aver portato avanti un estremamente attuale discorso sul corpo, dando vita ad una novella mostro di Frankenstein. Dopo un plauso pressoché unanime sorge spontanea la domanda: e dopo il "capolavoro"?


La domanda non tarda a trovare risposta infatti il tripartito film Kinds of Kindness è pronto a catturare l'attenzione dei cinefili a meno di sei mesi di distanza dal predecessore. Ritorna parte del cast vincente, c'è una nuova iconica scena di ballo sfrenato e un susseguirsi di pulsioni audiovisive, provate dagli esperti di settore al Festival di Cannes.



L'entusiasmo da parte di molti non è mancato, anche grazie alla nomea costruita negli anni da Yorgos, al contempo questo entusiasmo è assai contenuto, riconoscendo Kinds of Kindness come logica conseguenza di un film così strabordante.


Precisiamo, a detta della maggioranza si parla dell'ennesimo ottimo film, ma appunto un passo indietro non tanto in qualità quanto in potenza per un nuovo complesso momento di carriera, ovvero ripartire e superare un limite auto imposto. Dopodiché, per quanto ne sappiamo, il tempo potrebbe invertire la risonanza e valenza dei due titoli ma, fino a prova contraria, Lanthimos è atteso da tutti al varco.


Un processo personale ma anche un processo pubblico nei confronti di un autore che più volte si è verificato lunga la carriera di molti, fatta eccezione per chi ha reso la propria carriera un capolavoro (sì stiamo parlando del buon Stanley).



A parte i casi eccezionali molti sono i nomi che film dopo film sono stati chiamati a replicarsi, a superarsi, a essere confrontati con passato, presente e futuro del cinema tutto ma soprattutto con il proprio, così da tracciare una mera linea valutativa che non valorizza ma anzi sminuisce il proprio percorso.


Esempio nostrano è rinvenibile in Paolo Sorrentino che dopo l'estasi de La grande bellezza è incappato nel per molti sottotono Youth e nell'irreperibile Loro, prima di rialzare il tiro con È stata la mano di Dio.


O ancora, per restare tra i contemporanei, l'astro nascente Damien Chazelle. Con tutto l'amore per Whiplash, il film che lo ha innalzato è La La Land, film dai fotogrammi e dagli sguardi incastonati già nella memoria e in grado di fare apprezzare il genere musical anche ai più accaniti detrattori.



Peccato che per la massa quello sia stato al momento l'inarrivabile punto più alto, seguito da First Man, erroneamente snobbato, e dal caotico Babylon. Della corrente registica odierna si potrebbe menzionare la triade della new age horror composta da Peele, Aster ed Eggers, tutti reduci da uno sfavillante esordio.


Oppure rimanendo sulle uscite recenti è doveroso citare George Miller e il paragone tra l'instant cult e capolavoro del genere Mad Max Fury Road con il suo prequel Furiosa, o ancora Alex Garland e l'arduo compito di replicare il successo di Ex Machina, cosa che per molti è riuscito a fare con Civil War.


Andando indietro negli anni, agli inizi del nuovo millennio, incappiamo in quella bellezza epica fantasy intitolata Il Signore degli Anelli che per Peter Jackson è gioco forza divenuto il suo Monte Fato insormontabile, come dimostrato il ritorno nella Terra di Mezzo con Lo Hobbit (che comunque necessita una rivalutazione positiva).



E scavalcando i confini occidentali potremmo incontrare Bong Joon-oh che dal 2000 è tra i massimi rappresentanti nordcoreani che, proprio come Lanthimos, ha l'incombenza di difendere i quattro premi Oscar conquistati da Parasite.


Tutto questo gioco di confronti però porta avanti la vera problematica. L'incessante ricerca di capolavori e di giudizi affrettati, la mancanza di tempo per fare sedimentare un film e di considerare l'operato di un regista nella sua completezza, nel comunicare attraverso tutti i suoi titoli legati dalla propria poetica. Perciò potrebbe essere che Kinds of Kindness non sia il nuovo capolavoro di Lanthimos e va benissimo così, anche perché l'ultima parola spetta sempre e solo al tempo.



murph.magazine di Andrea Diamante

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