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Il cinema di genere in Italia. La resistenza di Mainetti e dei Manetti Bros.

La tradizione italiana nel cinema di genere è molto lunga e complessa. Nel ‘900, le “esplosioni” della cinematografia del nostro Paese (ad esempio a metà degli anni ’10 e anni ’60) combaciano proprio con momenti in cui i generi italiani, anche se spesso iniziati come rifacimento degli originali statunitensi, si differenziavano progressivamente dagli stessi e da semplici “copie” diventavano qualcosa di nuovo. Questo, proprio grazie al contesto nostrano, la cui caratteristica più intrinseca è sicuramente l’economicità: il cinema horror e gli spaghetti western degli anni ’60 ricalcano appieno un’ottica dedicata al risparmio, che ha paradossalmente trasformato questi film in qualcosa di nuovo, mai visto prima.


Luca Marinelli interpreta Diabolik nel primo film del 2021 dei Manetti Bros.

Ecco che arriviamo ad oggi. Anche se si tende a pensare che il cinema di genere in Italia sia principalmente in decadenza, alcuni nomi ci sono, e forse sono anche inaspettati: Neri Parenti e Vanzina possono tranquillamente essere considerati tali, ma se cerchiamo personalità più “artistiche” compaiono sicuramente Gabriele Salvatores (Il ragazzo Invisibile), Stefano Sollima (ACAB, Suburra), Marco Bellocchio (Il Traditore, Esterno Notte), Matteo Garrone (Pinocchio) e Matteo Rovere (Veloce Come Il Vento, Il Primo Re, Romulus).


Se questi registi possono definirsi solo parzialmente parte di questa categoria, date spesso alcune caratteristiche che portano queste pellicole ad essere più “qualcos’altro”, oggi sono due le menti che più risuonano in questo ambito: Gabriele Mainetti e i Manetti Bros.

Entrambi romani. Entrambi con una tendenza spassionata verso il cinema di genere, persino nel 2023. Mentre Mainetti esordisce solo nel 2015 con “Lo Chiamavano Jeeg Robot”, i primi passi dei Manetti Bros. (composti dai fratelli Antonio e Marco) risalgono agli anni ’90, quando divennero autori di diversi videoclip per artisti del calibro di Max Pezzali e Alex Britti.


Claudio Santamaria in "Lo Chiamavano Jeeg Robot" di Gabriele Mainetti


Iniziarono così ad introdursi pian piano nelle sale: il primo film per il grande schermo è “Zora la vampira”, pellicola che si rifà al cinema horror a basso costo con molte dediche al passato. Nel 2005 è l’anno di “Piano 17”, altro horror costato solo 70 mila euro ma con un discreto riscontro. Il vero successo del duo sarà però nel 2014 con l’uscita di “Song ‘e Napule”, omaggio ai film polizieschi degli anni ’70, seguito poi nel 2017 da “Ammore e Malavita”.


Ecco che, ben 4 anni dopo, escono al cinema con “Diabolik”, il primo film di un franchise che tutt’oggi non accenna a fermarsi. Proprio per la scelta di questo personaggio, i Manetti Bros. si possono definire per certi versi ancora “nostalgici” (si pensi a Diabolik e al pubblico a cui “strizza l’occhio”), ma senza dare al termine un’eccezione negativa: di fatto, chi fa cinema di genere è necessariamente un autore che guarda anche dietro di sé.


I Manetti Bros con Valerio Mastandrea e Miriam Leone rispettivamente l'ispettore Ginko e Eva Kant.

Il duo rappresenta quindi il cinema di genere della “vecchia guardia”, ovvero una concezione della categoria come pellicole destinate ad un piccolo pubblico, e che di fatto sopravvivono grazie alla fedeltà e al coraggio di alcuni produttori, senza allargare il piano a qualcosa di più grande. Dall’altra parte, invece, Mainetti sembra essere diretto verso un’altra direzione, quella del film di genere come “kolossal”, nel senso di prodotto di successo, e che quindi forse rimanda più alla tradizione antica della categoria (e anche più americana) piuttosto che a quella sviluppatasi negli ultimi decenni, relegata maggiormente ai b-movies.


Mainetti è un esempio di chi utilizza il cinema di genere per creare un qualcosa di nuovo, ricalcando il genere “primitivo” e adattandolo alla Roma di oggi. Non più, come i peplum, la grande antichità dell’impero, quanto invece il degrado e le problematicità della capitale, combinate assieme al tipico umorismo della stessa. Un esempio di come le possibilità di questo tipo di cinema siano molteplici. Due facce, Mainetti e Manetti Bros., della stessa, identica medaglia.


Claudio Santamaria e Pietro Castellitto in "Freaks Out" di Gabriele Mainetti

Come già detto, una caratteristica del cinema di genere italiano (ma anche dell’industria in toto) è la sua economicità: piccoli budget che si scontrano con i grandi progetti nella mente dei registi e che spesso frenano anche la risonanza pubblicitaria delle pellicole. Il primo Diabolik conta un budget stimato di 10 milioni, mentre Freaks Out di ben 12, numeri che magari possono far pensare a cifre “generose” rispetto agli standard, quando invece sono piuttosto modeste per il tema e l’ambientazione che trattano: Freaks out e la seconda guerra mondiale; Diabolik e gli anni ’60.

Proprio per questo, i “tre” registi condividono sicuramente una cosa: il coraggio. Il cinema di genere, almeno in Italia, non sta avendo un grandissimo riscontro: sebbene Mainetti si sia già fatto un nome ed i Manetti Bros. siano molto conosciuti, i loro film sono sempre dei salti nel buio.


Il successo di “Lo chiamavano Jeeg Robot” aveva preannunciato un possibile trionfo per “Freaks Out”, cosa che, come sappiamo, non è proprio avvenuta. I Manetti Bros. sono in perdita dal primo film di Diabolik, il quale ha segnato cinque milioni in negativo, non certo migliorando con le pellicole successive.


Eppure, ci accorgiamo che, in entrambi i casi, i registi non hanno mollato: Diabolik 3 debutta in sala il 30 Novembre con ben 7 milioni di budget, di cui si pensa che non riuscirà a riguadagnarne nemmeno la metà. Mainetti ha appena iniziato le riprese nella capitale di un nuovo film sulle arti marziali, ancora senza titolo. Nonostante le perdite, che più si possono vedere nel caso dei Manetti Bros., c’è ancora qualcuno che finanzia questi progetti e crede nel loro successo. Rai Cinema e Carlo Macchitella, storico produttore del duo, non sembrano voler mollare il franchise di Diabolik.


Miriam Leone e Giacomo Gianniotti nel terzo capitolo di Diabolik.


Ecco che quindi, al giorno d’oggi, il cinema di genere può dirsi ancora vivo, ma forse con ancora delle correzioni da fare. Guardando al caso Diabolik, è lecito chiedersi se non si stia sprecando tempo e denaro per un qualcosa che sappiano non avrà risonanza nelle sale italiane. Ha senso continuare un filone destinato a fallire?

Secondo me non completamente. Per quanto possano essere pellicole di un cinema di nicchia, il fattore “successo” deve essere preso in considerazione, almeno dopo un certo lasso di tempo. Se infatti continuiamo a investire in un cinema che non funziona dal punto di vista di attrazione del pubblico, come possiamo pretendere che questo migliori?


Non è il cinema di genere che non può avere una buona riuscita, sia chiaro, ma più il fatto di sbattere sempre contro lo stesso muro. Ad un certo punto, bisogna sempre “aggiustare la mira”.

Forse Mainetti lo sta facendo. Forse i Manetti Bros lo faranno dopo questo terzo capitolo della loro saga. Intanto, il coraggio di fare quello che si vuole in una industria così relegata al denaro è sicuramente una caratteristica unica da ammirare e, forse, in certi casi anche da difendere.



@riproduzioneriservata di Andrea Leandri

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