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Il furto come atto politico: Il ritratto del duca

È noto che il “caper Movie”, volgarmente detto film di rapina, riscontri spesso grande interesse da parte del pubblico. Questo sottogenere del giallo, nel corso della storia del cinema, ha sfornato una serie di titoli più o meno riusciti.


Alcuni dei più grandi registi del passato e della contemporaneità ci si sono approcciati come Kubrick, Spike Lee, Soderbergh. Persino la serialità europea ne ha saputo approfittare, basti pensare al grande successo di pubblico de La casa di carta.


Ocean’s Eleven del 2001 diretto da Steven Soderbergh


Ok, premesse finite. Immaginate ora se ad avvicinarsi a questo genere è Roger Michell, regista inglese noto principalmente per aver diretto Notting Hill. La nostra rubrica si sposta infatti in Inghilterra per parlare de Il ritratto del duca, film del 2020 presentato fuori concorso alla 77esima edizione del Festival di Venezia.


Il premio Oscar Jim Broadbent interpreta un amabile sessantenne che nel suo quotidiano (siamo negli anni ‘60) si batte per diverse cause sociali; lo fa in modo genuino, perché è un animo buono e non riesce ad accettare la società per come è strutturata. Questo lo porta a continui conflitti con le autorità e soprattutto con la moglie, interpretata dalla bravissima, e premio Oscar, Helen Mirren, che invece sembra più realista e coi piedi per terra.



L’evento cardine, che dà il titolo al film stesso, è il furto di un dipinto di Goya (il ritratto del duca di Wellington, per l’esattezza) ai danni della National Gallery di Londra. Il ladro è proprio il nostro protagonista che come riscatto chiede che ci sia un investimento maggiore, da parte del governo inglese, verso la cura degli anziani.


La sola premessa può essere causa d’ironia ma l’opera di Michell, come tutte le buone commedie, ha un sottotesto ampio e stratificato, che con una visione superficiale rischia di non emergere.


Il film, con toni leggeri e ritmi incalzanti, riesce a rimanere fedele a quell’approccio cinematografico che vede nella lotta di classe una causa in cui battersi con orgoglio. Un autore come Ken Loach, in questo senso, ne è il portabandiera più noto.



Non dobbiamo però inciampare nell’errore di pensare che questi autori vedano il cinema come mero mezzo declinato alla sola denuncia sociale, tutt’altro. I film in questione sono più che mai vivi, soprattutto cinematograficamente, e privi di un approccio didascalico.


Ne Il ritratto del duca si ride tanto, si ride di gusto e con intelligenza, senza ricorrere a volgarità o a facili clichè: la scrittura in questo senso è brillante, tanto da riuscire pure ad assestare un bel colpo di scena. L’opera, con una visibilità maggiore, saprebbe davvero conquistare un’ampia fetta di pubblico, regalando una storia con una forte identità.


scopriamo poi essere tratta da un fatto realmente accaduto, ormai leggendario in Inghilterra, non si può che rimanerne ancor più affascinati. Il protagonista è dunque disinteressato a un arricchimento personale, anzi. Perderà un impiego proprio per prendere le parti di un suo collega vessato dal datore di lavoro.



E litigherà duramente con la moglie, una volta che questa ne viene a conoscenza.È importante dire come il film possegga anche un lato più drammatico, dove vengono sviscerate diverse dinamiche familiari.


Sappiamo fin dall’inizio che la coppia ha subito un lutto, la perdita di una figlia; nessuno dei due riesce a superare questo vuoto. Con dolcezza il personaggio protagonista prova a declinare il suo dolore scrivendo copioni televisivi e teatrali, spedendoli alla BBC e venendo puntualmente rifiutato.



Ma lui insiste e insiste ancora, sia nella scrittura che nella lotta politica. Ed è in questa perseveranza genuina che risiede lo spirito di quest’uomo che continua a fare e a credere nel bene.



murph.magazine di Gabriele Viale

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