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Il nuovo declino dei musical, disinteresse o fatto culturale?


Fatte le dovute eccezioni e messa da parte la soggettività (non si dovrebbe ma metto già le mani avanti) possiamo constatare che tra i cosiddetti generi cinematografici ce n'è uno che per qualche ragione non ha più il suo appeal, quantomeno in Italia: il musical.

Innanzitutto definiamo musical un genere in cui le canzoni dei personaggi si intrecciano nella narrazione, a volte accompagnate da balli. Nato con l’idea di distaccarsi dalla fredda e incolore realtà, il genere si è evoluto nei decenni, passando da trame più banali e spensierate ad altre più impegnate e, superato l’ostacolo della censura e dell’indifferenza, a tematiche sociali e politiche.


Un’evoluzione frutto di sali e scendi, di mancato riscontro del pubblico e di una nuova rinascita nel nuovo millennio. Da Il Mago di Oz a Cantando sotto la pioggia, da My Fair Lady al The Rocky Horror Picture Show, senza dimenticare l’animazione Disney soprattutto durante il suo Rinascimento nel periodo ‘89-99 (La Sirenetta, Il Re Leone, Il Gobbo di Notre Dame ecc..). Gli anni 2000 hanno portato ad una riscoperta del genere coinvolgendo proprio le generazioni disneyane. Moulin Rouge, Chicago, Sweeney Todd e Across the universe hanno aperto un ciclo culminato con due titoli osannati in primis dalla critica ovvero Les Miserables ma soprattutto il romantico e malinconico La La Land.


Tutti grandi film, molti diretti da autori esuli del genere ma con la voglia di sperimentare, sull’onda di quella che in America è una vera e propria tradizione musicale grazie alla realtà teatrale di Broadway. Un nome che tuttora fa sognare autori e attori, una fucina di innumerevoli performers ma soprattutto opere che hanno influenzato la controparte cinematografica. E’ proprio in questa “sinergia” costruita nel tempo che trova continuità l’amore americano per il genere mentre è forse per la sua assenza che in Italia non si è riuscito a dar seguito a quella rinascita, relegando il musical a genere di serie B apprezzato da una nicchia sempre più ristretta.


Certamente viviamo un'epoca in cui lo spettatore ricerca a prescindere un intrattenimento diverso, in cui con la dovuta sospensione dell'incredulità possa immergersi nella narrazione; sospensione per molti meno raggiungibile per le caratteristiche stesse del musical, su tutte l’improvviso inizio dell’intermezzo musicale. Un espediente che però è accettato e ricercato all’interno dei prodotti di animazione che fin da piccoli siamo abituati a divorare. Ecco quindi che il problema può essere allargato ad una più profonda questione culturale. É infatti evidente come il pubblico medio ma soprattutto giovane non sia abituato e allenato a questa forma di spettacolo in live action.


Il teatro di per sé è spesso considerato, erroneamente, un luogo elitario, non accessibile a tutti aldilà dell'eventuale aspetto economico. Quel che pare certo è come il teatro italiano, riferendosi ovviamente ai musical, sia troppo conservativo e poco incentivato a spingere verso nuove avanguardie sperimentali, ancor meno nello stimolare produzioni originali, risultando così anacronistico.

Ovviamente la “colpa” di ciò non va attribuita a chi fa e produce teatro, ma va distribuita in larga parte agli organi di riferimento, ad un sistema comunicativo e ad una promozione non idonea nel preservare l’erede della storica commedia musicale. Promozione e quindi dibattito che non decolla soprattutto nel luogo che dovrebbe dare e offrire più spunti possibili, quella scuola che, esclusa la breve parentesi delle medie, snobba tutto quel che riguarda la sfera musicale. Questo freno creativo può creare un buco generazionale dell'esperienza teatrale e, di riflesso, della sua versione in salsa cinema.


Ovviamente questa è una tesi confutabile e per chiarirci meno le idee possiamo prendere in esame l’accoglienza da parte del pubblico degli ultimi musical approdati in sala o streaming.

Il successo in territorio italico di Encanto, con le musiche di Lin-Manuel Miranda, conferma il diverso approccio con l’animazione, tanto che la colonna sonora del film ha conquistato le vette delle classifiche diventando un tormentone social. A fare da contraltare, diretto proprio dal compositore statunitense, è il totale disinteresse per Tick, Tick... Boom, commovente omaggio a Jonathan Larson e al faticoso ma passionale mondo del musical, che invece ha riscosso applausi oltre Oceano e sarà tra le possibili sorprese agli Oscar. Una vicinanza di distribuzione e legame produttivo che denota una disparità nell’avvicinarsi a due film dalla diversa tecnica ma dello stesso genere caratterizzante.

Infine proprio sul finire del 2021 è uscita la nuova versione di West Side Story diretta da Steven Spielberg. Un progetto forse perdente già in partenza per il rischioso confronto con il passato, per la nuova ondata pandemica o per un indifferenza generale che purtroppo ha causato un inevitabile flop ai botteghini, in questo caso anche americani. Insomma, uno scenario indecifrabile nell'altalenamento della risposta dei fruitori, anche se esclusa la solita Disney acchiappa-famiglie è comunque possibile registrare un evidente disinteresse per il genere soprattutto per quanto riguarda il pubblico generalista italiano. Un trend che però può essere invertito con i giusti stimoli, dando spazio e voce, creando e reinventando un genere che merita la giusta considerazione. Il musical infatti avrà sempre il merito di essere stato rivoluzionario, una ventata d’aria fresca con l’avvento del sonoro e l’introduzione definitiva del formato a colori, per tutta l’industria dell’entertainment.



@riproduzione riservata di Andrea Diamante

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