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Il trucco prostetico e il problema dei biopic di oggi

Nell’ultima decade, Hollywood ha visto una crescita smisurata dell’utilizzo di trucco prostetico: pellicole come House of Gucci, The Eyes Of Tammy Faye, The Darkest Hour e The Whale sono caratterizzate da “maschere” e altre protesi che hanno reso le star irriconoscibili. Molti di questi film sono stati elogiati proprio per la loro grande abilità nel saper adattare gli attori a personaggi realmente esistiti, spesso con determinate caratteristiche molto diversi dalla fisionomia degli interpreti. Questa nuova tendenza del cinema americano va di pari passo con la recente esplosione dei biopic, quelle pellicole che si concentrano sulla vita di personalità storiche e che quindi necessitano di una determinata somiglianza fisica.


Bradley Cooper in Maestro dove intepreta la vita di Leonard Bernstein


Il trucco prostetico non è certo nuovo nel mondo del cinema, ma è progressivamente migliorato con il tempo: fino agli anni ’30, erano gli attori stessi ad occuparsi del proprio make-up, spesso usando materiali come gelatina, cera, pelle di pesce, cotone, argilla e l’ovvio lattice.


Successivamente, la figura del make-up artist venne introdotta con l’espansione del mercato. In questi stessi anni, si iniziò ad usare il latex, che poneva molti più vantaggi rispetto agli altri materiali, essendo resistente e meno soggetto a fratture. Il primo film a farne largo uso fu Il Mago di Oz, a cui lavorarono più di 30 make-up artists. Negli anni ’50, il progresso non si fermò: il trucco prostetico venne progressivamente usato anche nelle nuove pellicole fantascientifiche, come ad esempio le famose orecchie di Mr Spock in Star Trek, realizzate da John Chamber.



Nel 1981, il primo oscar per miglior trucco venne vinto da Rick Baker per Un Lupo Americano a Londra, che si rivelò essere solamente uno dei sette totali della sua carriera, di cui uno vinto per il suo lavoro ne Il Grinch. Una pietra miliare del trucco prostetico è stato poi Mrs Doubtfire, che ha forse mostrato quanto questa tecnica possa fare la differenza in una pellicola anche al di fuori del fantascientifico o del genere horror.


Il resto, come si dice, è storia. Oggi la qualità del trucco prostetico è arrivata a dei livelli mai visti prima, forse dimostrato più di tutti da The Whale, vincitore dell’ultimo oscar per il miglior trucco. Eppure, c’è chi non vede questo progresso come tale, ma anzi critica l’eccessivo utilizzo di questa tecnica.


Un primo problema sarebbe il fatto che, invece di distogliere l’attenzione dalla finzione della pellicola, il trucco prostetico la enfatizzerebbe. Prendiamo per esempio House of Gucci: per quanto il trucco di Jared Leto sia magistrale e l’attore sia di fatto irriconoscibile, mentre guardiamo il personaggio non pensiamo a Paolo Gucci, bensì a Jared Leto travestito da Paolo Gucci.


Jared Leto in House of Gucci del 2021


Il vero problema è che buona parte dei biopic si basano sulla componente star presente nel film, per cui tutto il pubblico è al corrente che quel determinato personaggio è in realtà quella famosa star di Hollywood. Invece di utilizzare volti che effettivamente si avvicinano a quella fisionomia, le produzioni preferiscono optare per attori o attrici di fama internazionale, utilizzando il trucco prostetico per creare una copia esatta del personaggio interpretato. È un meccanismo che si può ben capire, visto il pubblico che riescono ad attirare in sala, ma non cambia il fatto che, anche con i risultati incredibili raggiunti da questa arte, non si riesca a considerare veri quei personaggi.


Questa critica ha ovviamente dei limiti. Se si decidesse di assumere solo attori o attrici che ricordano determinate caratteristiche fisionomiche, la ricerca diventerebbe estenuante. Si dovrebbe inoltre presentare la situazione ideale dove un performer assomigli al personaggio sia nei lineamenti che nei movimenti, o che comunque sia un attore abbastanza bravo da saperli riprodurre fedelmente, abilità che ad Hollywood raramente non sono riusciti a fare.


A questo punto, si potrebbe forse optare per una terza via, visto che alcuni biopic ci hanno dimostrato come ci siano altri modi per approcciarsi ed avvicinarsi alla fisionomia in un film. Il caso forse più eclatante è The Social Network: il volto di Jesse Eisenberg non ricorda per nulla quello di Mark Zuckerberg. Eppure, il film funziona, e senza che ci si chieda continuamente chi ci sia sotto quella maschera. Questo ci insegna un qualcosa di paradossale: più si cerca di nascondere la finzione, più questa sembra diventare evidente. Più invece la si rende palese, meno colpisce lo spettatore.



Per cui, forse la soluzione non è tanto prendere attori che effettivamente assomiglino a quella determinata persona interpretata, quanto magari concentrarsi più sulla performance e sull’abilità del performer. Infatti, è noto che il trucco prostetico limiti di molto le espressioni facciali, andando ancora di più a rendere innaturale l’interpretazione.


Ovviamente, poco cambierà. Hollywood e il trucco prostetico sembrano andare a braccetto come mai prima d’ora. Il biopic è diventato un genere predominante nel cinema di oggi: gli esempi sono tanti, ma si pensi anche al solo mese di dicembre con l’uscita di due pellicole come Ferrari e Maestro, direttamente dagli Stati Uniti. Comunque sia, molti fanno notare come qualcosa potrebbe cambiare con lo sviluppo delle tecnologie AI, che soppianterebbero l’utilizzo di costose e scomode protesi.


Eppure, ciò non cambierebbe molto le carte in tavola riguardo il concetto di finzione: se il trucco di Paolo Gucci fosse stato fatto in digitale, avremmo comunque visto Jared Leto sotto quei lineamenti pixellati.


A questo punto, bisogna solo aspettare che qualcuno rinnovi il significato di biopic e lo trasformi in qualcos’altro, un prodotto non tanto ancorato alla realtà visiva quanto alla realtà concettuale di quel personaggio. Chissà, forse è solo questione di tempo.


Un frame dal film El Conde del 2023 diretto da Pablo Larraín



@riproduzioneriservata di Andrea Leandri

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