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L’invito di Spielberg a riscoprire il montaggio

Ciclicamente il cinema torna a riflettere su sé stesso, affidando il proprio essere alle grandi firme della settima arte. I film autobiografici, o semi, aprono il sipario non solo sulla vita dei registi ma anche sulla loro esperienza ed idea di cinema.

Steven Spielberg fotografato per il New York Times


Ultimo esempio di lettera romantica e nostalgica al vecchio modo di stare dietro la macchina da presa è The Fabelmans. Steven Spielberg riesce a raccontare di cinema attraverso una fittizia storia di famiglia, ripercorrendo l’innamoramento per il cinema del suo alter-ego Sammy e svelando anche l’importanza di una tecnica sempre più dimenticata, il montaggio.

Una pratica nata manualmente, frutto di un'attenta cesellatura, adesso vincolata al digitale, che ha cambiato linguaggio ma che sembra sempre meno curata dai cineasti contemporanei. E’ l’arte di tagliare e cucire le diverse sequenze, inquadratura dopo inquadratura, per definire il corpo filmico finale, ponderato e immaginato sin dalle prime fasi di scrittura e definito in post-produzione. Il montaggio, come afferma Francis Ford Coppola, é “l’’essenza del cinema, è la combinazione dei momenti delle emozioni umane messe in immagine e formanti una sorta di alchimia”.



Francis Ford Coppola

Potremmo paragonare il montaggio ai trucchi di un illusionista, non a caso i primi esperimenti compiuti da George Melies erano volti a ricreare un effetto speciale. L’illusione del montaggio sta nel mostrare o nascondere una data immagine, nel veicolare l’occhio dello spettatore. E’ proprio controllando i nastri di pellicola che il protagonista di The Fabelmans scopre e mette in atto questa magia, comprendendo che con la sua Moviola è in grado di alterare la realtà, di svelarla anche quando la nasconde; Sammy mette mano alla forza creativa che compone e completa la realtà filmica.

Spielberg inserisce nel suo racconto personale tutto quel che ritiene necessario, rimuovendo quel che invece per la sua visione registica non lo è. Un tipo di approccio che spesso, analizzandole ultime annate cinematografiche, manca. È infatti evidente come ci sia quasi paura, tentennamento, nel selezionare, tagliare e disporre le sequenze che andranno inserite nel montaggio finale, oltre a grossolani errori di montaggio. Una sorta di “pigrizia” insinuata forse anche dalla tendenza di difendere il proprio pensiero creativo, il cosiddetto fenomeno delle director's cut. Di conseguenza il prodotto finale destinato alla sala risulta spesso corposo e talvolta eccessivo nel minutaggio, causando un distacco con lo spettatore che accusa il ritmo altalenante e sbrodolato dell’opera in questione.



Gabriel LaBelle interpreta il giovane Sammy Falbelman, personaggio ispirato allo stesso Steven Spielberg

Eppure quel che The Fabelmans vuole comunicare è proprio l’importanza del montaggio e l’importanza del potere delle immagini e del loro concatenamento, caratteristica che rende differente il cinema da tutte le altre arti. La naturalezza del montaggio classico o narrativo, l’inganno del montaggio alternato, il valore ideologico del montaggio parallelo, lo storico montaggio connotativo di Ėjzenštejn e lo straniamento del montaggio discontinuo tipico della Nouvelle Vague.


Tutte tipologie e tecniche con un proprio significato, sviluppate e maturate sin dal cinema delle origini, che necessitano la giusta centralità lungo il processo produttivo di un film. L’invito è dunque a ridare maggiore prestigio e valenza ad un elemento fondamentale nella produzione di un film, una fase che prende forma embrionale durante la stesura della sceneggiatura ma che prende effettivamente vita quando i nostri occhi vivono le immagini sullo schermo con naturalezza, facendoci perdere nella realtà di un mondo immaginario.




@riproduzioneriservata di Andrea Diamante


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