top of page

La metafisica di Nanni Moretti

Aggiornamento: 28 giu

Non è sicuramente il suo miglior film, ma in Caro Diario Moretti si diverte così tanto che

proprio non me la sento di criticarlo. Diciamo brevemente che il secondo ed il terzo

capitolo, nell’esprimere le loro idee, a volte si dilungano un po’ inutilmente e in certi

momenti mancano di quelle intuizione e visioni brillanti che caratterizzano il regista

romano.


Già dai primi secondi, Nanni Moretti, al suo settimo lungometraggio, mette in chiaro i

caratteri su cui si baserà per tutto il film: un tappetone musicale di accompagnamento,

un’estetica visiva magnetica e una comicità ridicola, ma mai scontata. Sulle note di

Batonga, il casco bianco entra in scena e rimane un punto di riferimento per lo

spettatore, seguendo un percorso ipnotico per le strade di Roma.


Guardando questo motorino, che pian piano si allontana dalla nostra visuale, e prendendo un posto nella sala del cinema, si vede, forse si sente, o si percepisce, che il Moretti a cui eravamo abituatista cambiando. Il personaggio di Michele (o don Giulio), da questo punto di vista, non subisce dei cambiamenti radicali nel corso dei primi sei lungometraggi, rimanendo incollato, anche quasi morbosamente, ad un tipo di riflessione autodistruttiva, pessimistica e intellettualmente inarrivabile.



Con Caro Diario avviene così il punto di svolta: quel moto rabbioso, interno, ciclico, che caratterizza Moretti, lascia spazio a qualcos’altro, ad un uomo più maturo - del resto lo dice lui che è "uno splendido quarantenne" -, meno torchiato dal peso dell’agire, del rispondere, dello sbraitare a chicchessia. Moretti, sempre sceneggiatore e regista, alza la testa dal suo

tavolo da lavoro ed esce di casa.


Moretti alza la testa e gira per Roma, facendo ciò che più gli piace: ascolta la musica, va a vedere la gente ballare e osserva, immaginando ristrutturazioni impossibili, le case della capitale. L’esempio perfetto del nuovo approccio al suo mondo risiede nel film che vede al cinema in una delle prime scene.


Mi diverte pensare che con quei pochi secondi che vediamo di proiezione, Moretti ci voglia far ricordare quella critica cantilenante:’’Ma ad un bracciante lucano, ad un pastore abruzzese, ad una casalinga di Treviso...". Ecco, risponde lui, questo è il film che non importa né a loro, né a nessun’altro: una lamentosa e malinconica critica al nulla; battute goffe; ripresa piatta e gelida. Eppure, di fronte a queste scene, non si arrabbia, non urla, non se ne va indignato, ma ride e pensa che invece, a lui, in fatto di capacità cognitive, cinematografiche, estetiche, del buon senso e tutto il resto, è andata bene.



Ho fatto questo esempio, ma addentrandoci nel capitolo de Le isole, in degli scenari dove avrebbe potuto avere una reazione simile a quella di Renato, il Moretti-maturo trova divertimento nelle cose che in passato l’avrebbero sicuramente irritato: i genitori incapaci di crescere i figli unici, i radical chic, i fanfaroni, i finti-intellettuali.


Li prende in giro, si fa una risata e nel mentre trova il tempo per fare cose che gli piacciono: la lunga panoramica del traghetto (simile per sensibilità alle sequenze delle case) e i lanci lunghi con il pallone sono i ritagli di solitudine che si ricava in uno stato di transito continuo (‘’sono felice solo in mare’’).


Ciò che sorprende di più però è come lui faccia parte di questo insieme di personaggi presi in giro, tanto da unirsi all’insieme dei derisi: il dialogo con Jennifer Beals, i canti, i balli - la scenetta di fronte alla Mangano suora-ballerina è stupenda.



Così si vede come a seguito di questo ampliamento di visuale, ci siano delle conseguenze anche nella struttura della sceneggiatura, dove, oltre a lasciare tanti spazi bianchi per far sì che la camera possa guardarsi intorno, non architetta più un mondo che presiede come un Demiurgo. Gioca sì sempre in un mondo surreale, ma, se considera la serie di film che hanno anticipato Caro Diario, Moretti si avvicina più che mai ad un universo realistico; buffo, personale, a forte impatto, ma ‘’oggettivo’’- l’oggettività è sempre un tema ambiguo con Moretti, ma mi sembra chiaro che qui non ci sia ‘’Freud’’ che balla su Renato Zero mentre viene calato da un oggetto di scena.


Non manca ovviamente il classico modo che ha nei suoi film di creare dei personaggi ad hoc, delle ovvie allegorie, dove Michele non interagisce con colui che ha di fronte, ma con tutto l’insieme di persone che inserisce dentro il personaggio archetipico (il critico cinematografico; tutti i personaggi delle isole; i medici); ma allo stesso tempo, si lascia andare, rappresentando e disegnando una vita intorno a lui di cui fa effettivamente parte, non centrata esclusivamente intorno alla sue volontà, ai suoi rimorsi e frustrazioni.


Vive insieme a coloro che disprezza, con una consapevolezza ed una maturità mai vista nel suo cinema: prende parte a questo grande scherzo della vita, volgendo lo sguardo però, soprattutto sulle cose che sono belle, solo se viste proprio sotto l’occhio giusto. Molte scene vivono infatti di una bellezza indescrivibile, ma non con l'accezione di ‘’talmente belle da non poter essere descritte’’, ma con quella di vedere il bello anche dove, per tanti occhi indaffarati, non c’è.


Giovanni, non Michele, fa parte di questa storia: Giovanni è questa storia.



@murph.magazine di Federico Morettini

100 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Comentários


bottom of page