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Los Colonos: dimenticare le atrocità

Nel chiudere gli occhi, dopo la visione di Los Colonos, rimangono impresse alcune immagini, alcuni dettagli. Volti, mani, ferite, occhi di cavallo e, soprattutto verrebbe da dire, i paesaggi. Ma andiamo con ordine. Il film è l'esordio alla regia di Felipe Gálvez Haberle che realizza un’opera prima affascinante e quanto mai spietata.



Vincitrice del premio FIPRESCI al Festival di Cannes del 2023 e designata inoltre dal Cile per rappresentare il paese all’Oscar nella categoria di miglior film internazionale.


La trama è piuttosto lineare. José Menéndez è un potente proprietario terriero. Gli appartiene infatti una quantità di terra sconfinata situata tra Cile e Argentina; in questi territori però vive, in modo del tutto pacifico, il numeroso popolo indigeno Selk’nam. Menéndez arruola così tre uomini perché possano uccidere tutti i nativi, senza pietà, liberando dunque le “sue” terre.



Il trio è composto da un noto cowboy texano, un ex militare inglese (scozzese si scoprirà più avanti) e Segundo. Quest’ultimo è mezzo bianco e mezzo indio, un meticcio. Segundo rappresenta nella storia l’unico dei tre dotato di una certa pietas, di una morale che però è stata calpestata, picchiata e umiliata dagli altri due uomini. Sarebbe il solo infatti a poter recriminare l'appartenenza a quei territori ma il suo status non glielo permette.


Los Colonos, come detto in precedenza, è un film duro, crudo che non ha alcuna intenzione di mollare una presa salda verso lo spettatore. Ci sono lunghi silenzi che immergono al meglio nella narrazione messa in scena dal regista.


Ci sono scene sanguinolente senza una qualsiasi forma di edulcorazione verso le ferite o le uccisioni, anzi il regista ci si sofferma più volte. Ci sono tutte le bassezze che, nella storia del Cile, i coloni hanno commesso: compresi stupri, uccisioni di innocenti e di bambini. Tutto perché in quei territori di leggi non ce n’erano.



Questi aspetti diventano il cardine dell’opera. La grande capacità di Felipe Gálvez Haberle è quella di saper declinare un evento storico, efferato e tragico, in un film di genere; senza perdere mai le redini della narrazione e tenendo viva la memoria.Los Colonos infatti potrebbe essere tranquillamente definito, per certi versi, un western basato su fatti realmente accaduti. Ed è qui che il talento del regista si evidenzia in modo cristallino.


Riuscire a rielaborare la sofferta storia di un paese, attraverso il genere, senza scadere nella mera spettacolarità. Una trappola in cui sarebbe potuto inciampare facilmente vista l'estetica che il film possiede fieramente.


Le inquadrature e i movimenti di macchina hanno un’eleganza sorprendente. Grande merito va dato al direttore della fotografia: Simone D’Arcangelo. È grazie a lui che la pellicola assume un filtro che riesce a proiettare la storia fuori dal suo tempo rimanendone però fedele al tempo stesso.


Numerose immagini (frame se preferite) altro non sembrano che quadri in movimento.

Il film, per l’appunto, ha degli echi di un’altra opera recente ambienta proprio in Patagonia ovvero Re Granchio, della coppia Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi.



I due registi italiani (con D’Arcangelo come DOP) hanno saputo creare un’immaginario visivo impattante, capace di affascinare altri paesi e altre cinematografie, come quella sudamericana. Quando dei talenti italiani sono così decisivi non citarli sarebbe sia scorretto sia controproducente per il cinema nostrano.


Nel finale del film spicca anche la centralità di un personaggio femminile, orgoglioso e consapevole che con coraggio sembra andare (l’opera termina proprio in quel momento) contro gli ordini che le vengono dati, dimostrando un carattere figlio della storia e del sangue che le scorre nelle vene: quello della Terra del Fuego.


@murph.magazine di Gabriele Viale

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