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Ogni film ha il suo pubblico e "Beau Is Afraid" conosce bene il suo

Beau ha paura, e non solo di qualcuno. Beau è travolto dal mondo. Beau ha paura di tutto.


Joaquin Phoenix in una scena del film


Ari Aster, invece, sembra che per questo film non abbia avuto paura di nessuno, anzi: ha tenuto i piedi ben saldi sul terreno, pronto a contrastare qualunque produttore. “Stavolta non potevo scendere a compromessi”, ha detto lui stesso. Stavolta, basta: nessun taglio che non fosse lui a decidere. L’ostinazione deriva dal fatto che “Beau is afraid” è un film personale, psicologico, a tratti psichedelico, che quindi necessita di una totale libertà in sala montaggio, luogo supremo dei “compromessi” filmici.


Usciti dalla sala, ci troviamo però un po' confusi. Il film è per certi versi estremamente incomprensibile. Affascinante per questo, ma rimane un enigma, un groviglio di fili narrativi che finiscono in una singola parola e ricominciano magari in un taglio veloce, impercettibile. Puoi comprenderne una parte, una sezione, una scena, ma molto difficilmente il senso del tutto. Qui la discussione si allarga, perché un film del genere porta una divisione netta nel pubblico: tra chi lo osanna per il suo mistero e chi lo critica proprio per la mancanza di chiarezza. Forse, la mancanza anche di un messaggio?



Un film nasce inevitabilmente da qui: un messaggio. Che sia banale, che sia complesso, questo deve in qualche modo saltare fuori. Beau is afraid ha invece una caratteristica particolare: è un po' come se il messaggio del film fosse l’aria che respiriamo. Sappiamo che c’è, che è dappertutto, in ogni spazio che guardiamo, ma non sappiamo definirla pienamente. Allo stesso modo, vediamo il tema generale, l’evoluzione, ma alla fine cosa voleva dire veramente il regista? Non dovrebbe girare tutto intorno a questo, ovvero alla necessità di comunicare qualcosa di chiaro allo spettatore? Non è, in fin dei conti, la ragione dell’esistenza di un film?


Ari Aster non è l’unico artista che segue questa strana via. Lynch è l’esempio più tipico, ma, ancora prima, figure come Buñuel e Jodorowsky hanno iniziato a porre il cinema anche come enigma, un cruciverba visivo. Quindi, secondo questa logica, il taglio dell’occhio in Un Chien Andalou non ha senso, è brutto e insensato; lo sgorbio in Eraserhead è solo un pupazzo e La Montagna Sacra è una crisi psichedelica. No, forse non è così semplice.


La comunicazione, e quindi il modo di trasmettere un messaggio, non è e non deve essere solo verbale. Si parla di “auree”, emozioni, immagini, sensazioni. La pelle d’oca al sentire riecheggiare la tromba nel teatro in Mulholland Drive ha un senso, perché ci ha fatto qualcosa, qualcosa che non possiamo dire o a cui forse dobbiamo pensare molte più volte prima di poter spiegare il perché di tale fenomeno. Anche la pura e semplice estetica, se dosata e rapportata al film completo, può comunicarci qualcosa in modo paradossalmente incomunicabile.


Naomi Watts e Laura Harring in una scena di Mulholland Drive di David Lynch


C’è un motivo per cui si dividono i film tra commerciali e “d’autore”. Il primo è dedicato alla maggioranza della popolazione, il secondo ad una cerchia più contenuta. Non un’élite di privilegiati o critici, bensì coloro che sanno che ciò che stanno guardando non sarà né facile né remunerativo. Coloro che si aprono al regista e rompono quel contratto non scritto che solitamente affida all’autore la comprensione del film. No, la pellicola viene spiegata da ognuno di noi, con la propria logica, con le proprie teorie e contraddizioni. È sì film d’autore, ma in un contesto dove questo si mostra nello stile e si cela invece nei significati, affidando a noi l’arduo compito della comprensione.


Così ritorniamo ad Ari Aster, al suo film, alla critica divisa, all’incomprensibilità. Beau is Afraid dopo questo discorso sembra un po' più giustificato, perché ogni film ha un pubblico, piccolo o grande che sia, e possiamo criticare quanto vogliamo questo aspetto criptico e autoriale di molti film moderni, ma ci sarà sempre qualcuno che, uscito dalla sala, non sarà perplesso, amareggiato, deluso, confuso. Egli avrà un sorriso a 32 denti, forse anche le lacrime agli occhi, forse abbastanza materiale a cui pensare per le prossime due settimane.

Pensare e far pensare. Non è forse questo il messaggio di ogni film?



@riproduzioneriservata di Andrea Leandri


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