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Oppenheimer: che peccato

Dopo che Epimeteo ebbe dato a tutte le creature un’abilità, realizzò di essersi dimenticato di un'ultima forma di vita, l’uomo. Così Prometeo, suo fratello, rubò il fuoco agli Dei e lo donò agli uomini. Esso rappresentava la capacità tecnica, la capacità di creare, la scienza. Le civiltà umane nacquero, vennero costruite enormi città, che però crollavano appena nate: la discordia serpeggiava; l’uomo era in grado di costruire, ma non di convivere.


Dunque, Zeus decise di donare agli uomini la virtù politica, la capacità di dialogare, facendo sì che le società e le città umane potessero fiorire. Prometeo pecca di superbia, assalta il cielo e dona la capacità tecnica agli uomini, portando però il caos sulla terra.



Il mito di questa figura è ricorrente nella cultura occidentale come il più grande esempio di titanismo: Eschilo, Boccaccio, Goethe ed ora anche Nolan. Tra tutte le versioni però, quella sopracitata di Platone, mi sembra la più pertinente al film in questione: peccare di superbia, la capacità di rinnovare e distruggere il mondo; il fuoco, la bomba atomica. Il Prometeo moderno, il Prometeo americano è J. Robert Oppenheimer, colui a cui è attribuita l’invenzione della bomba A.


Questa lunga introduzione per dire quello che sarà il mantra di questo testo, ovvero: che peccato! Che peccato perché il film in certi momenti raggiunge degli apici della filmografia di Nolan e riesce soprattutto ad evitare parecchie situazioni tipiche dove con delle linee di dialogo così deboli, il regista britannico è capace di far crollare interi atti di una pellicola (Interstellar sopra tutti).


Il vero problema però è che questo film non va da nessuna parte: la lunga introduzione mi è servita per provare a mostrare quanto materiale ci fosse da cui attingere per dare un’idea al personaggio, alla storia. L’introduzione del film stesso cita il titano Prometeo, appunto come colui che ha donato la capacità tecnica agli umani, senza però mai approfondire minimamente questo filone narrativo.



Insomma, questa strada sarebbe stata percorribile sotto tutti i punti di vista, rigirando la narrazione per armonizzare la figura di Oppenheimer con quella del mito greco: un umano (un titano) che ha peccato di superbia (l’hybris eschilea) giocando a fare il dio (rubare il fuoco) e che infine è stato punito.


La direzione che tra tutte emerge un po’ di più - ovvero l’unica su cui poi effettivamente Nolan si concentra, non con eccellenti risultati -, è quella sull’emozioni di Oppenheimer, sul senso di colpa che prova dopo Nagasaki ed Hiroshima.


Tuttavia, anche in questo caso, risulta un andamento narrativo macchinoso, che non respira e non dà spazio allo spettatore per interiorizzare i sentimenti del protagonista. Il film corre tutto il tempo, non racconta o mostra nulla di sostanziale e tiene il guinzaglio strettissimo agli spettatori: Nolan, in tutta la sua cinematografia, ci porta a spasso in queste enormi visioni metafisiche ma, come spesso accade, nutre il pubblico unicamente con ciò che mostra sullo schermo, senza mai dare uno spunto o un’idea su cui soffermarsi.



Questa cifra è ciò che rende praticamente tutti i suoi film capaci di alternarsi (veramente molto velocemente) tra una ‘’boiata’’ e la visione di un occhio registico fuori dal comune, parole non mie ma di Gianluca Pelleschi che dice alla fine della sua recensione di Interstellar: ‘’La sensazione, in definitiva, è quella che il film esista contemporaneamente negli stati di Capolavoro e Boiata’’.


Quando si prendono in esame delle scene dove Nolan presenta una delle sue visioni metafisiche, si vede cinema, a volte anche grande cinema, ma, nel caso in cui la scena sia volta solamente allo sviluppo della narrazione, molte sequenze risultano vicine all’insignificante, cinematograficamente parlando, ed esageratamente pompose nelle linee di dialogo.


Tutti gli atti riguardanti il processo, presente e passato, sono l’emblema di questo tratto (in negativo), mentre la sequenza centrale del test Trinity riesce perfettamente nel suo intento e ha un risultato visivo eccezionale - questo in particolare è probabilmente uno degli spezzoni migliori del suo cinema -.



La preparazione, la musica in crescendo e l’esplosione creano una tensione che rimane lì, nello stomaco dello spettatore, mentre l’unica cosa che riesce a sentire è il respiro di colui che sa di essere il nuovo titano: ‘’il distruttore di mondi’’.


Dopo questo climax centrale, la pellicola di Nolan si arrovella su sé stessa nel tentativo di dire qualcosa, senza però ritrovare più l’intensità presente nella prima metà del film. Dunque, direi che Oppenheimer sia un brutto film? No. Un grande film? Neanche, però è sicuramente quello che serviva sia all’industria, che al grande pubblico, portando milioni di persone nelle sale e dando una spintarella (forse neanche così piccola) al cinema d’autore contemporaneo.


Poi, ecco, a posteriori, possiamo affermare che Oppenheimer non sia un capolavoro, questo è certo, ma è anche vero che l’hanno visto tutti, ma proprio tutti: guardatelo anche voi, che su Nolan c’è sempre qualcosa da dire.



@murph.magazine di Federico Morettini

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