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Perfect Days, il carpe diem di Wim Wenders

Una ripresa fissa che immortala tutte le sfumature emotive e sentimentali del soggetto e le note da shazam immediato di Feeling Good di Nina Simone. "It's a new dawn, it's a new day, it's a new life for me and I'm feeling good”. Così termina Perfect Days.


Kōji Yakusho e Arisa Nakano in un frame del film


E pensare che in origine doveva essere parte di un progetto di riqualificazione del quartiere urbano di Shibuya, firmato da Wim Wenders ma comunque solo un documentario sulle toilette pubbliche. Il regista tedesco però ha dato sfoggio della sua capacità narrativa, trasformando il tutto in un film profondo, estremamente delicato che mantiene in ogni caso il fare documentaristico della sua filmografia.


Wenders infatti, spostandosi dal grigiore berlinese alla desolazione texana, ha sempre raccontato della solitudine, della vacuità della vita e del suo senso ultimo che l'uomo continua a cercare. Un discorso portato avanti dagli esordi negli anni ‘70 e gradualmente risolto e portato a termine alle porte degli ottant’anni del regista, ancora una volta lontano dal proprio paese.


La vita di Hirayama, interpretato da un quasi del tutto silente Koji Yakusho, appare ripetitiva, monotona, priva di quella frenesia che contraddistingue la contemporaneità, incastonata nel preservare nostalgicamente un determinato modo di rapportarsi con il prossimo, di ascoltare la musica, di interfacciarsi con la lettura.



Non è nemmeno necessaria una sveglia, basta un suono ben specifico per cominciare quelle azioni ripetitive che giorno dopo giorno si susseguono, trasmettendo in ogni caso un senso di soddisfazione come quello di aprire la porta e osservare il cielo nel sempre più esiguo spazio lasciato dagli immensi palazzi e grattacieli di una metropoli come Tokyo.


Svolgendo azioni che potremmo definire rituali, ritmate nell’esecuzione, veniamo quindi introdotti al lavoro di Hirayama, ovvero quello di addetto alle pulizie dei bagni pubblici. A sorprendere però, come in ogni gesto, ogni sguardo, ogni attenzione del protagonista, è come anche quello che è un’occupazione umile, che in molti fuggirebbero, o approccerebbe come il giovane collega lavativo di Hirayama, è la dedizione e cura con cui è invece portato a termine.


Restiamo affascinati dalla fissazione al limite del maniacale della pulizia del lavabo e del gabinetto, dalla riservatezza nei confronti di ogni adulto con cui non scambia dialoghi ma assensi o espressioni micro facciali, dalla premura e dalle prime parole verso un bambino. Tornando al brano citato in apertura, è solo l’ultimo di una carrellata che compongono non solo la colonna sonora del film ma quella effettiva delle giornate del nostro.



Non c’è Spotify ma le vecchie audiocassette anni ‘60-70 ascoltate rigorosamente a partire da un punto specifico del tragitto lavorativo. La musica è perciò diegetica e veicolo di emozioni ben specifiche, di Hirayama ma anche di chi ne entra in contatto. Audiocassette accuratamente posizionate nella spoglia camera da letto, dove il più dello spazio è occupato dalle pile di libri formato tascabile letti pagina dopo pagina prima di addormentarsi,nel silenzio, all’interno del futon blu.


Tutto quanto, anche i selezionati momenti di svago come il pranzo nello stesso locale della metropolitana o le commissioni di routine dei giorni di festa, portano lo spettatore a riassaporare la semplicità e la purezza, ad apprezzare ogni singolo momento, estrapolandolo dal tempo che avanza.


Wenders ci offre persino la chiave di lettura di un testo tutt’altro che criptico, affidando ad un termine giapponese il senso ultimo del film. Komorebi indica il luccichio di luci e ombre creato dalle foglie che ondeggiano, un evento che esiste solamente una volta, proprio in quel momento.



Così è della vita scandita di Hirayama che, fotografando questo fenomeno, ovviamente con una vecchia macchina fotografica a rullino, rigorosamente in bianco e nero, si erge a monito per le generazioni fagocitate dall’inarrestabile corsa all’essere qualcuno, a dover fronteggiare condizioni ansiogene sempre più pressanti.


Perfect Days riesce ad arrestare lo spettatore che, lontano dall’intrattenimento sfrenato anche cinematografico, rimane ammutolito come il protagonista, tornando ad un cinema spoglio di orpelli eccessivi, minimalista ma non per questo privo di qualità, anzi. Non è la storia di una condizione tipo nel quale ritrovare se stessi, la denuncia di uno stato sociale, ma la storia di come talvolta, nei pianti come nelle risate, la bellezza stia proprio nelle piccole cose.



@murph.magazine di Andrea Diamante

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