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Qualcuno pensi ai bambini

Ultimamente non capita anche a voi di avere il sospetto che tra gli sceneggiatori degli ultimi film Disney ci sia anche Helen Lovejoy, la moglie del reverendo dei Simpson? Quella del meme “Qualcuno pensi ai bambini!”.



Gli ultimi film d’animazione, soprattutto quelli disneyani, mancano della crudezza di un tempo, sono troppo morbidi. È vero, hanno il grande pregio di portare argomenti che in passato erano tabù e potevano essere scomodi: basti pensare al ciclo mestruale di cui si parla in Red, al fatto che i personaggi femminili non sono relegati a ruolo di principessa in attesa dell’amore che la salvi, sono donne che lottano per la propria individualità e il proprio posto nel mondo, come Mirabel di Encanto.



Non che molte delle tematiche, anche se toccate appena, portate sullo schermo non hanno lo stesso generato troppe polemiche tra politici, genitori, detrattori del politically correct per partito preso. Il vero problema della Disney degli ultimi quattro anni però non sono queste polemicucce e retelling di storie già note, come Biancaneve e i sette non si sa bene quali creature. Il problema è la mancanza degli elementi strutturali che stanno alla base di ogni fiaba, quali:

  • una situazione iniziale drammatica o dolorosa;

  • lo sviluppo della vicenda, una parte ricca di avventure e di azione in cui l’eroe protagonista deve superare delle prove e ingaggiare una lotta con il nemico malvagio;

  • il lieto fine, perché il Bene trionfa sul Male, la cattiveria viene punita e la bontà viene premiata.


Fino al 2019 c’è sempre stato il momento di rottura in cui il protagonista era costretto a separarsi dalla propria famiglia, chi perché orfano (Tarzan, Bambi, Simba), chi costretto dalle avversità (Hercules, Mulan) o chi ancora per via di screzi e incomprensioni famigliari (Ariel, Elsa e Anna, Miguel il protagonista di Coco). Tutti loro si ritrovano a dover affrontare avventure e peripezie da soli per il mondo, accompagnati solo da personaggi spalla che li consigliano e guidano lungo il percorso di crescita e superamento delle difficoltà. Ancora c’è il punto di rottura del protagonista con la famiglia o un’istituzione (come in Wish), tuttavia sono delle rotture deboli, non sono “traumatiche” per il bambino a cui è destinato il film. Probabilmente questa scelta narrativa è dovuta al fatto che, soprattutto dopo la pandemia, si vuole proteggere i bambini dall’immagine della morte, dai cattivi spaventosi e dalla violenza. Ma siamo davvero sicuri che questo sia un bene per i bambini, soprattutto per la loro crescita?



Consultando testi di psicologi e psicoanalisti molti affermano che “la funzione psicologica da sempre svolta dalle fiabe si basa su tematiche senza tempo, in questo caso sugli intensi conflitti che l’essere umano attraversa nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza.” Ancora, Bruno Bettelheim psicanalista che negli anni si è occupato dello studio dell’interpretazione delle fiabe, sottolinea il legame che questi racconti hanno con la mente: paure, desideri, morte, abbandono, crescita, separazione, odio, invidia. Ci sarebbe molto da dire e analizzare di questi topos, limitiamoci a prendere come esempio il tema della morte: un tema doloroso per tutte le età: è davvero giusto esporre i bambini di fronte alla morte, alle volte anche violenta?


Per i bambini la morte non è un concetto semplice da capire. Nel 1996 è stato condotto uno studio dove a più di 400 bambini sono state fatte diverse domande; i ricercatori giunsero alla conclusione che la maggior parte dei bambini capisce che la morte è qualcosa di irreversibile, permanente e inevitabile solo a 10 anni e che ci sono differenze tra la morte in generale e la morte di una persona cara.


Un altro studio del 2005 che ha analizzato una decina di film Disney ha dimostrato che, nonostante la rappresentazione della morte sia funzionale, non sempre è stato eseguito alla perfezione: il fatto che Mufasa torni sotto forma di spirito può confondere i bambini; spesso viene trasmessa l’idea che i cattivi meritino di morire, come punizione. Nonostante queste “sbavature”, queste rappresentazioni della morte sono degli ottimi punti di partenza per i genitori per affrontare l’argomento e guardando insieme questi film gli adulti possono guidare i bambini alla comprensione.




In film come Il Re Leone e Bambi la morte dei genitori non avviene dietro le quinte, viene mostrata insieme alla sofferenza legata alla morte di una persona cara. Simba e Bambi dovranno poi intraprendere un percorso di lutto per elaborare il dolore della perdita. Spesso questo manca persino nei film rivolti agli adulti. In questo modo i bambini, empatizzando con il protagonista, possono fare un’esperienza indiretta e capiscono meglio alcune cose sulla morte.


In conclusione, non si fa del bene ai propri figli nascondendo e censurando gli aspetti brutti e dolorosi della vita. Alle volte può essere necessario essere più duri e crudi per aiutarli a crescere ed essere in grado di comprendere il mondo che li circonda con gli strumenti giusti. Facciamo si che sviluppino gli “anticorpi” e pensiamo davvero al bene dei bambini. E se ogni tanto ci scappa qualche bacetto queer sullo schermo, ben venga!



@murphmagazine di Livia Rivolta

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