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Shiva Baby e Bottoms: rappresentare l’imperfezione

«Lesbians really do exist!» esclama il personaggio di Clare nella serie irlandese Derry Girls, citazione che metanarrativamente può essere letta come riflessione sulla rappresentazione cinematografica delle relazioni tra donne.



Facciamo una breve premessa storica. L’introduzione del codice Hays nel 1934 proibì qualsiasi tipo di rappresentazione omosessuale fino al 1968, anno in cui venne abbandonato. Gli oltre trent’anni di censura si fecero sentire: di fatto, i topoi della rappresentazione queer continuarono ad essere poco veritieri o a rifarsi a stereotipi problematici. Ma non solo, il primo personaggio apertamente lesbico nella tv americana risale al 1988, mentre per il primo bacio tra due donne sul piccolo schermo bisogna aspettare il 1990.


Negli anni ‘90 la rappresentazione della comunità LGBTQIA+ si aprì finalmente ad una svolta positiva, grazie alla nascita del Nuovo Cinema Queer. Il rovesciamento stesso del termine queer - traducibile in italiano come strano, bizzarro ed utilizzato negli anni ‘70 con connotazioni offensive e spregiative - diventò oggetto di orgoglio, riappropriazione e rivendicazione. Una serie di registi, tra cui Gus Van Sant, Todd Haynes e Bruce LaBruce, iniziò a girare pellicole che ponevano al loro centro voci sovversive: dopo la crisi dell’AIDS servivano storie contraddistinte da connotazioni politiche radicali e dall’orgoglio nell’appartenenza ad un movimento.



Tra gli stereotipi della rappresentazione queer nella storia del cinema, uno dei temi più ricorrenti è la morte tragica dei personaggi gay: il cosiddetto bury your gays trope, letteralmente “seppellisci i tuoi gay”. Declinato al femminile prende il nome di dead lesbian syndrome: in merito a ciò la rivista online Autostraddle ha censito tutte le morti di donne lesbiche e bisessuali rappresentate sullo schermo, arrivando ad un totale di 235. Hollywood ha giocato a lungo su questo ed altri luoghi comuni: il presupposto di partenza è che in una società eteronormativa i personaggi queer non si meritano e non possono aspirare ad un lieto fine.


O meglio, per suscitare l’empatia del pubblico generalista devono attraversare storyline tragiche e all’insegna delle asperità: una sorta di punizione mal celata per la loro divergenza rispetto al canone eteropatriarcale, un modo per far immedesimare e impietosire lo spettatore, che solo così può mettersi nei panni altrui. Questi topoi  hanno interessato trasversalmente la comunità, e talvolta hanno dato origine a discriminazioni stratificate interne alla stessa. Storicamente, infatti, la rappresentazione bisessuale e lesbica ha subito ulteriori deficit. Il target di riferimento è più ristretto e lo sguardo maschile dei registi tende a feticizzare le relazioni tra donne: un esempio su tutti è La vita di Adele, che si rifà al tropo girl-on-girl is hot, un modo di sfruttare le relazioni tra donne a favore del male gaze.



Tuttavia, negli ultimi anni all’interno dei media mainstream la rappresentazione è diventata sempre più inclusiva, spinta anche dalle piattaforme che hanno incentivato la presenza di personaggi LGBTQIA+. Uno dei rischi di queste nuove forme di messinscena è la costruzione di figure moralmente perfette solo perché queer, o il loro inserimento nelle narrazioni per una raffigurazione simbolica, non in virtù di una vera e propria caratterizzazione.


A tal proposito, il Vito Russo Test misura quantità e qualità della rappresentazione queer nei media. Viene superato solo se i personaggi non sono definiti esclusivamente dalla loro sessualità e sono fondamentali agli sviluppi della trama, oltre a non servire per meri intermezzi comici o essere fonte di scherno o battutine. Ciononostante, i personaggi queer femminili spesso non sono costruiti tridimensionalmente: non sopportiamo la rappresentazione di donne imperfette, figuriamoci di quelle non eterosessuali.


Tra le voci emergenti del cinema contemporaneo, Emma Seligman è riuscita ad imprimere il suo marchio: le sue protagoniste sono fallaci, ma verosimili e stratificate. L’autrice ha creato nuove strade per la rappresentazione, tramite la decostruzione di un modello culturale nel caso di Shiva Baby e con la parodia del teen drama per Bottoms.



L’opera prima di Seligman, Shiva Baby (2020), è una fresca e innovativa rappresentazione della bisessualità. La protagonista Danielle è attratta da entrambi i generi, e, nonostante la sua raffigurazione sembri cadere nel topos della messy bisexual (personaggio la cui vita disordinata e non ancora prestabilita si riflette in una sessualità ambigua), ciò non avviene. L’orientamento sessuale è l’unica cosa definita nella vita ingarbugliata di Danielle: anche al tentativo degli adulti di cercare di trattare la sua bisessualità come «solo una fase», la ragazza risponde certa della sua sessualità.


Essere bisessuali non confonde, ma è il cardine che Danielle usa per muoversi nel mondo, senza scadere mai nella feticizzazione. Di fatto, l’unica relazione che ha con un uomo non è di tipo sentimentale, anche ai «e il fidanzatino?» dei parenti, risponde disinteressata. Il solo rapporto che dà conforto alla ragazza è quello con la ex Maya, suo specchio, ma anche fonte di invidia. Maya sembra essere l’opposto di Danielle: una brillante carriera accademica in giurisprudenza, una personalità forte che non si lascia schiacciare dalle pressioni.



Questa, però, è solo la visione filtrata dalla prospettiva della protagonista, che vede la ex sia come il suo alter ego e che come il suo punto fermo. Maya è fonte di tenerezza e affetto, nei sentimenti di entrambe c’è una forma di solidarietà che si rivela la chiave per far fronte all’alienazione della vita adulta.


A differenza dei toni angoscianti di Shiva Baby, Bottoms (2023) è una parodia dei teen drama dalle note splatter. Josie e PJ sono due adolescenti lesbiche, le classiche sfigate che sognano di fare breccia nel cuore delle due ragazze più popolari della scuola. Ci troviamo di fronte al primo capovolgimento del teen drama classico: il desiderio è solo ed esclusivamente femminile. E poi il secondo ribaltamento: Josie e PJ non sono sfigate in quanto lesbiche, ma in quanto «lesbiche brutte e senza talento», un’ovvia esasperazione parodica della condizione di insicurezza tipica dell’adolescenza.



La rappresentazione dei personaggi è innovativa: sono l'estremizzazione degli archetipi, la loro parodia ne permette rovesciamento e messa in discussione. Un esempio è Jeff, il classico jock definito ironicamente come «il ragazzo più bello, americano e virile della città»: la componente omoerotica nello sport è centrale nel rafforzamento della cultura patriarcale che spinge le ragazze a fondare un fight club come reazione al machismo imperante. Josie e PJ sono due adolescenti imperfette, due personaggi frastagliati e allo stesso tempo negativi: raccontano bugie per perseguire i loro scopi, lucrano sul femminismo per conquistare le più belle della scuola, mancano di coscienza politica e sociale al contrario di quanto ci si aspetterebbe da due ragazze lesbiche.



Ma il punto è proprio che sono due adolescenti, e l’adolescenza, così come la giovinezza di Danielle, porta con sé contraddizioni ed estremizzazioni che danno vita ad ipocrisie e insopportabilità. E forse la morale (se di morale vogliamo proprio parlare) di Seligman è proprio questa: lasciate noi donne bisessuali e lesbiche essere incasinate, incerte, ansiose e senza obiettivi prestabiliti. Criticateci pure per la precarietà e l’irresolutezza del nostro modo di vivere, ma non spogliateci della nostra identità sessuale.


@murph.magazine di Carola Crippa

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