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Sweat: l’insostenibile leggerezza dell’influencer

Perché motivare le persone ad allenarsi?


Questa domanda prende forma durante la visione di Sweat, film del regista Magnus Von Horn alla sua seconda esperienza dietro la macchina da presa. Il film racconta, di fatto, uno spaccato della vita di Sylvia Zajac, influencer del mondo del fitness che quotidianamente mostra la propria vita sui social. Cosa mostra? Beh, quello che tutti ci aspettiamo: sorrisi, sessioni di esercizi, prodotti dietetici e proteici, regali di vari brand, il suo amato cane, selfie coi fan.



Questo vuole il pubblico e Sylvia lo fa vedere con impegno e trasporto. Tutto nella norma se non fosse per un video girato dall’influencer dove, in lacrime, dichiara di non avere nessuno al suo fianco nella vita di tutti i giorni, ammettendo una solitudine spesso ben nascosta dai social.


Il suo manager riguardo al video non si espone, salvo informarla di uno sponsor a cui quel tipo di “contenuto triste” non è piaciuto, perché rischia di essere associato al brand. A parte questo avviso le chiede sbrigativamente come si senta, per poi declinare la discussione sulla parte in televisione per un’importante trasmissione locale a cui l’influencer vuole partecipare a tutti i costi.


Il film di Von Horn riesce a catturare, quasi con un approccio da documentario d’osservazione, l'angoscia sopita di questa giovane donna. Un'angoscia, per l’appunto, che rimane sotterranea e latente.



Sweat è un’opera “fredda”, tipica di un certo cinema Nord europeo, in cui si racconta bene un determinato distacco nei rapporti all’interno delle proprie dinamiche narrative.


Un momento chiave del film è il compleanno della madre della protagonista. Sylvia ci tiene molto a fare una bella figura, porta alla madre una rivista in cui lei è in copertina e un DVD dove propone degli esercizi di allentamento. Assieme a questo, un bel mazzo di fiori e soprattutto una grossa televisione: però poco gradita poiché troppo grande per la casa.


Durante il pranzo, in cui sono presenti altri parenti e il nuovo compagno della madre, emerge tutto il non detto del loro rapporto. Per riassumere all’estremo una sequenza di grande cinema d’imbarazzo e fastidio, possiamo evidenziare come sua madre sembra non prendere sul serio il suo lavoro, quasi ironizzandoci su davanti al televisore, imitando una sessione di allenamento. Sylvia accusa l’affronto e prova ad accennare i lati oscuri del lavoro nel fitness, raccontando quanto le è accaduto da poco: un uomo, chiuso nella propria macchina, ha iniziato a masturbarsi non appena lei gli avesse chiesto di allontanarsi.



Anche in questo caso la madre, rispetto ai parenti, minimizza l’accaduto e Sylvia esplode in un attacco (accusa?) verbale ai danni del nuovo compagno.


Sweat racconta il vuoto, grazie a una sceneggiatura essenziale nonché precisa e all’attrice Magdalena Kolesnik, sempre puntuale e naturale nel lavoro attoriale in sottrazione con microespressioni, mostrando gli stati d’animo della protagonista. Un vuoto, dicevamo, sentito da Sylvia senza avere, forse, il coraggio di affrontarlo di petto, escludendo quel “video sfogo” diventato quasi una sorta di crepa, una stranezza “da non ripetere” rispetto ai suoi soliti contenuti.


Altro apice d'interesse del film arriva con il personaggio dello stalker. Quest’ultimo, dopo esser stato pestato da un “amico” della protagonista, viene portato in ospedale da Sylvia stessa. “L’avvicinamento di due solitudini” verrebbe da dire, ma la nostra influencer dopo aver consegnato l’uomo in ospedale ai medici se ne va, quasi sbarazzandosi del senso di colpa e di quel sentimento di vicinanza e tenerezza provato inizialmente.


Nell’intervista in televisione le viene fatta la domanda sul “video sfogo” girato poco tempo fa. I giornalisti parlano allora di responsabilità e influenza verso il pubblico.



Quel suo momento di debolezza viene quasi demonizzato come un qualcosa per cui scusarsi, un lato da non esporre pubblicamente.


La nostra protagonista cede dichiarando come lei voglia semplicemente aiutare le persone, farle diventare la versione migliore di loro stesse, spronarle insomma.


Von Horn è quindi un drammaturgo crudele, perché lascia nelle sabbie mobili Sylvia. Dopo l’intervista, infatti, la protagonista si asciuga le lacrime agli occhi e si stampa in faccia un bel sorriso.


Per poi mostrare alcuni esercizi di allenamento che l'hanno resa seguitissima su internet. La struttura circolare del film restituisce il senso di soffocamento, un’apnea da cui Sylvia non è in grado di togliersi prendendo fiato.



@murph.magazine di Gabriele Viale

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