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The Zone of Interest: la banalità del male.

Aggiornamento: 24 feb

Quello che non vediamo in questo film è così potente che sovrasta quello che vediamo. Le luci si accendono, il film è finito. Usciti dalla sala non si può non pensare "Ho mai visto un film che non facendomi vedere la violenza, è come se l'avessi avuta davanti agli occhi in ogni scena?”



Questo è il punto di forza, la chiave di questo film, The zone of Interest di Jonathan Glazer. Jonathan Glazer, dopo dieci anni dal suo ultimo film, torna con questo capolavoro candidato a cinque premi Oscar.


La zona d'interesse narra la storia di Rudolf Höss (Christian Friedel), membro delle SS, che vive con la moglie Hedwing (Sandra Hüller) e i loro cinque figli in una casa con un grande giardino. La casa è situata accanto al campo di Auschwitz dove ogni mattina Höss si reca a lavorare, essendo il comandante del campo di concentramento.



La zona d'interesse è proprio questa, quella in cui vive la famiglia. Sembra che sia tutto qui ma, appunto, sembra. Per tutta la durata del film osserviamo la vita di questa “normale" famiglia. La camera segue morbosamente, attraverso diverse inquadrature e angolazioni, tutto ciò che fanno: li vediamo fare colazione, i bambini vanno a scuola, la cura del giardino e della casa, si cena tutti insieme, una routine completa.


Fuori dalla casa, oltre quel muro, c'è in corso un genocidio. Le persone vengono uccise, torturate, vivono in condizioni disumane, muoiono di fame, servizi igienici scadenti. Noi questo lo sappiamo e lo sa anche la famiglia che, attraverso anche il ruolo di Hedwing, viene sottolineato. Infastidita da quel muro, decide di abbellirlo con fiori, piante, lei che tanto si è presa cura di quel giardino che circonda la sua casa, quella casa che non vorrà mai lasciare neanche quando suo marito Höss verrà mandato a lavorare in un altro luogo.



Lei resterà lì, nel luogo che lei avverte come la loro casa, dove crescere i loro figli. L'atrocità che avviene fuori da quella casa non è qualcosa che possa minimamente preoccuparla. Non c'è mai un momento di cedimento in lei. Se non fosse che quel muro che si erge davanti a casa loro, altro non è che un campo di concentramento che non passa mai in secondo piano.


La zona d'interesse è definita così proprio in relazione a quel muro. Non vediamo mai cosa c'è oltre, eppure, l'orrore lo si avverte fin da subito. Quello che non vediamo è quello che più ci devasta e quello che vediamo in qualche modo ci fa arrabbiare.


Ci sono degli scorci di questa atrocità: sentiamo delle voci, degli spari, le urla degli ebrei e dei nazisti, il fumo dei forni che non cessano mai di lavorare. Questi rumori non ci lasciano mai in pace.



Alla fine del film ci viene mostrato il comandante Höss che si ferma sulle scale mentre ha dei conati di vomito e subito dopo una serie di scene in cui viene raffigurato il museo di Auschwitz in cui sono presenti indumenti e oggetti di tutte le persone che sono state uccise nel campo di concentramento: scarpe, vestiti, stampelle, per poi ritornare sul comandante che, dopo essersi ripreso, continua a scendere le scale, delle scale che prima illuminate, diventano buie, tenebre.


Intenso questo momento, una vera discesa nell’oscurità da parte dei carnefici che continuano ad uccidere e a massacrare. Portando all’attenzione i primi minuti del film in cui il regista decide di proiettare tre minuti di schermo nero come ad invitarci a riflettere e a prepararci con calma a quello che sta succedendo. Direi che è perfettamente riuscito nel suo intento. Non restiamo indifferenti mai di fronte alle ingiustizie e non creiamoci mai la nostra zona d’interesse.



@murph.magazine di Silvia Santoro

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