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Una trilogia di emozioni a cura di Krzysztof Kieslowski.

Quando si parla di trilogia è consueto pensare ad una serie di film connessi narrativamente, che vanno a comporre una singola unità, come per esempio Il Signore degli anelli, Ritorno al Futuro, Il Padrino e molte altre. Ma a connettere tre titoli può essere anche un concetto, un singolo

elemento che rende film distinti tra loro come un unico discorso. Di questa tipologia di trilogie ne abbiamo diverse, come la Trilogia del dollaro e la Trilogia del tempo redatte da Sergio Leone, o la Trilogia della vendetta di Park Chan-wook e ovviamente il trittico di film che prendiamo in esame

oggi: la Trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.



Krzysztof Kieślowski


Tre colori: blu, bianco e rosso. Tre colori con un forte significato intrinseco. Perché il tricolore francese è da sempre simbolo di rivoluzione e sono la rappresentazione di grandi ideali perseguiti per lungo tempo, conquistati a costo del proprio sangue, faticosamente difesi e, guardando il mondo odierno, brutalmente dissolti. Blu, bianco e rosso equivalgono a liberté, égalité, fraternité, ovvero libertà, uguaglianza e fraternità.


Kieslowski parte da questo significativo accostamento cromatico per tracciare un percorso congiunto in una singola scena, in un tragico evento e nella perenne presenza del dolore e nella necessità di accogliere ed accettare il destino. I protagonisti della Trilogia dei colori, riproposta in sala nella versione restaurata in 4K grazie a Lucky Red, sono tutti accomunati da una mancanza, da un qualcosa che ne segna l’esistenza e li porta a distaccarsi dalla vita.


Se in Film Blu la magnifica Juliette Binoche è una donna schiacciata dal dolore della perdita e affogata nella negazione di sé stessa, in Film Bianco Karol Karol (Zbigniew Zamachowski) è segnato dall’impotenza, dall’umiliazione e da un destino che continua a sopraffarlo. Irène Jacob, infine, che in Film Rosso è Valentine, modella sospinta dal fato che entra in contatto con il giudizio.


Juliette Binoche in "Film Blu" del 1993


Tutti e tre i personaggi realizzano l’inevitabilità della vita e anche come la sofferenza ne faccia parte, rimarcando il pensiero laico che Kieslowski affronta in un’altra corposa opera quale è il Decalogo. A sorreggere questa critica all’oggi, dove c’è sempre più la difficoltà a comprendere i bisogni dell’altro e siamo sempre più attenti solo ai nostri, è un meticoloso impianto scenico dove a catturare l’occhio è ovviamente l’utilizzo delle palette cromatiche.


Irène Jacob in "Film Rosso" del 1994


A parlare di libertà prima, di uguaglianza poi e infine di fratellanza è la fotografia curata rispettivamente da Sławomir Idziak, Edward Kłosiński e Piotr Sobociński, grazie ai quali dalle sfumature bluastre si passa ai toni pallidi del bianco per concludere con i toni del rosso.

A differenziare i tre film è quindi l’approccio al discorso sul dolore nelle sue molteplici forme, ma anche il fare più grottesco presente in Film Bianco, contrapposto alla posatezza glaciale e curata di Film Blu, mentre un maggiore sperimentalismo anche nel montaggio è approfondito in Film Rosso che ha anche l’onere di essere l’ultimo film del regista prima della prematura dipartita nel 1996.



Per questo la Trilogia dei colori può essere considerata come il lascito di Krzysztof Kieslowski, il suo testamento cinematografico, ma ancora di più è manifesto di ideali che negli anni ‘90 sembravano già dissolti ma, osservando l'evolversi della società, forse lo sono ancora di più. È in questo che sta la grandezza di un autore come Kieslowski, nel saper raccontare il proprio tempo comunicando con forza anche a quello futuro. E, pensandoci bene, quale mezzo è meglio del cinema per farlo, dove, seppur per poco, nel buio della sala, quella libertà, uguaglianza e fraternità rivivono nella speranza di essere condotte nel mondo reale.



@riproduzioneriservata di Andrea Diamante

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