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Your Name, Past Lives, The Artist is Present: si può separare solo ciò che è unito.

Capita a volte di collidere con una persona, che sia per periodi lunghi o per un brevissimo istante, e di sentire nell’impatto una parte di noi che si disancora dal nostro corpo e ci abbandona.


Questa improvvisa assenza non è percepita subito, ha bisogno di farsi notare, e lo fa instillando una sensazione di mancanza e allo stesso tempo di familiarità, una traccia di cui non conosciamo l’origine ma che non riusciamo a scrollarci di dosso. Rendere questo concetto a parole è molto faticoso, e forse è per questo che l’arte, e soprattutto il cinema, sono i mezzi che meglio si prestano a esprimerlo.


Nel film Your Name (Makoto Shinkai, 2016), Taki e Mitsuha si svegliano un giorno l’una nel corpo nell’altro, pur non essendosi mai incontrati. Ciascuno dei due fa esperienza della vita dell’altro in prima persona: si scontrano con contesti opposti a quello a cui sono abituati, comunicano tramite scritte a pennarello sul corpo, si scoprono pian piano attraverso le reciproche quotidianità. Non conoscono né il motivo di ciò che sta accadendo, né di essere separati non solo a livello spaziale, ma anche da una distanza temporale di tre anni.



I due protagonisti si incontrano, di persona e ognuno nel proprio corpo, solo tre volte: la prima, Taki non riconosce Mitsuha, poiché nel suo piano temporale lo scambio non è ancora avvenuto; la seconda, i due si trovano sul monte Hida durante il crepuscolo, momento che nella tradizione giapponese si dice trascenda i limiti di tempo e spazio, e tentano di dirsi come si chiamano, perdendo poi però ogni memoria dell’accaduto; la terza è la scena finale, nell’attimo in cui si incrociano per strada e in qualche modo riconoscono nell’altro una familiarità che non sanno spiegare ma da cui non possono sottrarsi, che li porta a chiedersi infine il proprio nome.


Pur non avendo ricordi vividi di ciò che hanno vissuto sul monte, o in generale del loro scambio, a entrambi è rimasta addosso la sensazione di essere stati toccati da una mano sconosciuta ma allo stesso tempo nota, una nostalgia senza contorni definiti, di qualcosa che non si è nemmeno certi di avere mai posseduto.


La nonna di Mitsuha, molto legata alla tradizione shintoista, spiega questo concetto a Taki, mentre è nel corpo di Mitsuha, mentre stanno intrecciando bracciali con il telaio: “Musubi è il termine antico per chiamare la divinità protettrice delle terre locali. Questa parola ha un significato molto profondo: intrecciare i fili insieme è musubi, connettere le persone è musubi, lo scorrere del tempo è musubi.



Tutto ciò si connette al potere divino, per questo i fili che intrecciamo sono una tecnica divina che rappresenta lo stesso scorrere del tempo; si uniscono e prendono forma, si torcono, si intrecciano, a volte si sciolgono, si spezzano e si uniscono di nuovo."


Se in Your Name questa sensazione è tematizzata nel musubi, in Past Lives (Celine Song, 2023) la possiamo ritrovare, con sfumature leggermente diverse, nel termine In Yun, una parola coreana che significa destino, ma indica più precisamente la stratificazione dei legami tra le persone: ogni incontro, dallo sfiorarsi per strada al condividere la vita insieme, è In Yun, e più la connessione è forte, più significa che il sentimento per un’altra persona è antico, capace di persistere nell’avvicendarsi delle proprie vite passate.


In Past Lives, Nora e Hae Sung sono due ragazzini delle medie che si piacciono a vicenda, ma che vengono separati quando Nora si trasferisce in Canada. Crescono così in due parti del mondo diverse, conducendo le proprie vite senza avere alcuna notizia l’uno dell’altra. Per un breve momento, dodici anni dopo l’ultimo saluto, le loro strade si ricongiungono, per poi far passare altri dodici anni di assenze e silenzi prima di arrivare finalmente l’uno al cospetto dell’altra a New York.



La compresenza di passato, presente e futuro in una sola persona è uno dei temi più forti sia in Past Lives che in Your Name: Taki e Mitsuha fanno effettivamente esperienza l’una della vita dell’altro, affrontando in contemporanea due esistenze diverse i cui confini si fanno sempre meno nitidi, mentre frammenti passati, presenti e futuri delle loro vite si sono sparpagliati un po’ in una e un po’ nell’altro.


Per Nora, in Hae Sung c’è tutto ciò che lei è stata e sarebbe potuta essere se fosse rimasta in Corea, la se stessa che ha inevitabilmente perso lasciando il suo paese e abbandonando quasi del tutto la sua lingua madre. In lui coesistono sia il suo amico d’infanzia, sia la se stessa di dodici anni, Na Young, che lei non può mai più raggiungere se non tramite Hae Sung. D’altro canto, Nora per Hae Sung è la personificazione dell’onnipresente mancanza che lui avverte nella sua vita, quella tensione latente che ha sentito sin da bambino, soprattutto da quando Nora se n’è andata, e che ritrovandosi davanti a lei, quasi tre decenni dopo, si è concretizzata.


Non si tratta di trattenere il ricordo che qualcuno ha lasciato di sé, ma di incarnarlo. I confini di tempo e spazio si fanno labili, tanto da porre davanti a noi non solo la persona che abbiamo amato, in senso romantico e non, ma anche chi lei era allora, e soprattutto chi noi eravamo in quel momento. Una versione di noi che potremmo possedere ancora o forse aver perso per sempre, di cui qualcun altro è stato testimone e di conseguenza custode.



Per trasmettere al primo incontro tra Hae Sung e Nora la carica emotiva necessaria, il cast del film ha raccontato di aver studiato a lungo la performance di Marina Abramovic, The Artist is Present, tenutasi nel 2010 al MoMa. L’artista è rimasta seduta per ore davanti a una sedia vuota sulla quale chiunque poteva accomodarsi e scambiare uno sguardo con lei, in silenzio.


Il momento che più ha segnato la memoria collettiva è stato quando di fronte a Marina si sedette Ulay, il suo ex marito. Due amanti, artisti e collaboratori che dopo aver condiviso la vita per decenni, si reincontrano e si guardano per qualche istante. Non fu pronunciata alcuna parola: Marina si protese in avanti, le loro mani si strinsero e, sempre in silenzio, i due si dissero di nuovo addio con le lacrime agli occhi.


Nel documentario Marina Abramovic & Ulay: No Predicted End, la coppia discute con lucidità della propria relazione e dell’esperienza al MoMa. Marina racconta che in quel momento, mentre si guardavano, lei ha sentito tutto ciò che loro erano stati l’uno per l’altra, il bene e il male che si sono fatti a vicenda, ma anche tutto il loro percorso come individui e artisti singoli, condensarsi in un istante.



Il loro scambio aveva convocato ciascuna delle versioni che entrambi erano stati, insieme e separati, e questo è stato possibile solo nel momento in cui si sono trovati una di fronte all’altro. Così, tutto ciò che avevano vissuto assieme è diventato eterno ma allo stesso tempo irrilevante, parte di un passato perduto per sempre eppure conservato in qualcun altro, come conferma Ulay stesso dicendo: “il suo cuore è anche il mio”.


Your Name, Past Lives e The Artist is Present hanno incastonate in loro due facce della stessa medaglia: la separazione e la connessione. Quanto le due siano interdipendenti, quanto il perseverare dell’una non impedisca all’altra di trovare altri modi per sussistere, giocando a scambiarsi di ruolo in continuazione, appropriandosi di atti diversi delle storie di Marina, Ulay, Nora, Hae Sung, Mitsuha, Taki, e di ciascuno e ciascuna di noi.


Queste tre storie mostrano come ogni incontro tra due persone, per quanto breve, lasci dietro di sé una scia che ci rimane attaccata. C’è chi vede queste collisioni come tasselli di un disegno più grande, decise già da prima della nostra venuta al mondo, come spiegato da musubi e In Yun.


A prescindere però dal fatto che sia predestinato o meno, ciò che conta è che è accaduto, e che questo ha significato qualcosa. Quel momento, a prescindere dalla sua durata, si condensa allora in una piccola sfera in cui diventa eterno, una biglia che portiamo sempre in tasca e che condividiamo con l’altro, portatori inconsapevoli e silenziosi di un brusio che ci accompagna a ogni nostro passo.



@murph.magazine di Brigitta Mariuzzo

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