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Il ventennio dei film brutti

Non stiamo per svelare un segreto di stato e, citando l’incipit di un romanzo inglese, “è cosa nota e universalmente riconosciuta” che durante il ventennio fascista in Italia tutti i media erano controllati dal regime: la radio, i giornali e anche il cinema.



Niente di nuovo, esattamente come succede in qualsiasi dittatura. Ingenuamente si potrebbe pensare però che il controllo stringente sul cinema fosse unicamente sui temi portati sullo schermo: non una parola contro il regime e Mussolini, l’Italia e i suoi successi dovevano essere esaltati. Inoltre, il controllo da parte del regime fu un processo che coinvolse tutti gli aspetti che ruotano intorno all’industria cinematografica nostrana, non solo nelle tematiche.


Andiamo con ordine. In un precedente articolo abbiamo sottolineato che la censura nel cinema italiano era presente già nel primo decennio [https://www.murphstudios.com/post/attento-a-quello-che-dici]. Mentre Mussolini e il suo partito stavano crescendo e prendendo più potere, l’industria cinematografica italiana stava attraversando una profonda crisi; basti pensare che nel 1918 sono stati prodotti 189 pellicole, mentre nel 1922 solo 50 e l’anno successivo appena una ventina. L’UCI (Unione Cinematografica Italiana) stava colando a picco, fino a crollare del tutto nel 1926 e i divi di quell’epoca caddero in miseria.


Persino la censura venne temporaneamente dimenticata. Il declino del cinema italiano di questi anni è dovuto all’invasione dei prodotti americani e, di conseguenza, al mutamento progressivo dei gusti del pubblico, sempre più attratto dalle commedie hollywoodiane e meno dai grandi colossal in costume italiani.



Nel 1923 il fascismo provvide ad intensificare i controlli e vigilare sui film, sia di produzione interna che su quella estera. Questo implicò che nessuna pellicola poteva essere rappresentata se non fosse stata precedentemente sottoposta alla revisione da effettuarsi mediante la proiezione integrale presso il ministero dell’interno.


I contravventori venivano duramente penalizzati con cospicue multe e addirittura con pene detentive. Le ditte straniere furono obbligate a stabilire una sede secondaria in Italia e una rappresentazione legale in modo tale da assicurare un uso scrupoloso e corretto della lingua italiana.


L’anno successivo venne modificato il regolamento che stabiliva che gli esperti della commissione dovevano essere affiancati da una madre di famiglia con il compito di valutare il grado di malcostume e scabrosità delle pellicole, eliminando però giornalisti e intellettuali che con più facilità potevano dissentire. La figura del giudice e della madre potevano essere sostituite in qualsiasi momento.


Nel 1925 nacque l’Istituto LUCE, il primo ente cinematografico di stato. In questa fase il cinema venne messo a servizio della personale glorificazione del Duce e riconosciuto come nuovo mezzo didattico, educativo, di propaganda nazionale. Propaganda sistematica da potenziare con una politica di bassi prezzi in modo da fare dei film un prodotto di massa e diffondere nel popolo i miti, le aspirazioni e le finalità della rivoluzione fascista. Questo rese la cinematografia uno dei settori privilegiato nell’attenzione dello stato, una delle colonne portanti di quella che venne chiamata “la fabbrica del Duce”.


Fin dal 1926 gli esercenti furono obbligati ad includere nella programmazione la proiezione di pellicole fornite dall’istituto LUCE. Chi si rifiutava di fare ciò rischiava la non approvazione dei programmi dei singoli cinematografi con sanzioni che andavano dalla temporanea chiusura del locale fino alla revoca della licenza. Ogni spettacolo non organizzato su iniziativa degli istituti pubblici doveva includere nel programma una pellicola educativa, di propaganda e di cultura da proiettare in tutte le rappresentazioni.


Sempre nel ’26 venne istituita una commissione per la riorganizzazione della Cinematografia Italiana. Per contrastare la penetrazione delle pellicole statunitensi il governo italiano impose agli esercenti di mettere in programma film di produzione nazionale per un certo numero di giorni o per una precisa proporzione numerica. Venivano considerate pellicole nazionali quelle eseguite in Italia da ditte legalmente istituite sul Regno.


I requisiti di italianità furono rafforzati da un regolamento che stabiliva che il personale doveva essere prevalentemente italiano per ogni categoria di impiego. Chiunque avesse voluto produrre una pellicola nazionale era tenuto a denunciare all’inizio della lavorazione le generalità e la nazionalità degli addetti ai lavori.


Nonostante tutta una serie di provvedimenti atti a rafforzare la produzione cinematografica italiana, il declino dell’industria non si è arrestata. Anzi, continuò per tutti gli anni ’20. Solo all’inizio degli anni ’30, grazie anche alle innovazioni tecnologiche nel campo cinematografico come l’introduzione del sonoro hanno permesso alla produzione di ripartire.


Nel ’31 si aggiunge quindi ai requisiti di italianità la condizione che i film dovevano essere interamente girati in Italia, compresi gli esterni, e che non potevano essere considerate tali quelle sonorizzate nel nostro paese. La proiezione di film sonori stranieri doppiati all’estero fu vietata, a meno che l’adattamento non fosse avvenuto in Italia con personale esclusivamente italiano.

C’è una legge in particolare di cui si deve parlare: la Legge Alfieri o la “Legge dei film brutti”. Questa legge riguardava la tutela e la promozione del settore, mettendo a punto nuovi incentivi.


Venne così introdotto un sistema basato su un’ampia corresponsione di premi automatici. Venne in questo modo incoraggiata la produzione di film commerciali dai quali ci si aspettava maggiore incasso al botteghino. Ciò chiuderà la possibilità di accesso al mercato italiano della produzione americana.


Con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il regime fu indotto a varare subito dei provvedimenti che aumentarono l’ingerenza dello stato nella cinematografia. La censura preventiva venne inasprita ulteriormente; divenne obbligatorio per gli esercenti includere nei programmi pellicole di guerra e propaganda e, successivamente, inserire il Giornale Luce e i documentari forniti dall’istituto. C’era il timore che senza la garanzia di ottenere premi speciali, le case di produzione avrebbero preferito produrre film di evasione.


È vero che durante gli anni ’30 l’industria cinematografica italiana è stata in grado di rialzarsi dopo una lunga e profonda crisi; è in questi anni che vengono fondate Cinecittà, il centro sperimentale di cinematografia e il Festival del Cinema di Venezia.


A cosa serve tutto ciò se non c’è libertà di espressione e pensiero, se ogni aspetto di produzione è controllato dall’occhio vigile del grande fratello, che al primo passo falso se va bene fa pagare una multa salata, se va male si rischia l’incarcerazione. Il cinema italiano di quegli anni è un cinema di cui non si ha memoria.


Se con il fascismo c’è stata una rinascita industriale e produttiva del cinema, con la liberazione c’è stata la rinascita artistica. Senza la liberazione non avremmo avuto capolavori riconosciuti in tutto il mondo come Roma città aperta, Ladri di biciclette, La dolce vita. Avremmo avuto solo film brutti legalizzati.



murph.magazine di Livia Rivolta

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